MICHELLE OBAMA.
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BECOMING.
La mia storia.
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Parte 3.
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Titolo originale: Becoming.
Traduzione di: CHICCA GALLI.
2018.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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15.
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A Chicago, in Clybourn Avenue, poco pi a nord rispetto
al centro, c'era uno strano paradiso che sembrava costruito
appositamente per una madre lavoratrice, quindi per me: un
centro commerciale nella pi pura tradizione americana, dove
si trovava di tutto. C'erano un BabyGap e un Gymboree
per gli indumenti dei bambini, un Best Buy per l'elettronica
e una farmacia CVS, pi un gruppetto di altri negozi di catena,
piccoli e grandi, per andare incontro alle necessit urgenti
dei consumatori in cerca di uno sturalavandini, di un
avocado maturo o di una cuffia da bagno per bambini. Non
mancavano nemmeno un Container Store e un grill messicano
Chipotle, il che rendeva tutto ancora migliore. Era il
posto per me. Potevo parcheggiare, passare in fretta da due
o tre negozi, prendere un piatto di burrito ed essere di nuovo
alla scrivania, il tutto in sessanta minuti. I blitz all'ora di pranzo
erano la mia specialit: rimpiazzavo calzini spaiati, compravo
regali per l'immancabile festa di compleanno del
sabato e facevo la scorta di cartoni di succo di frutta e monoporzioni
di mousse di mele.
Sasha e Malia avevano adesso rispettivamente tre e sei anni,
erano grintose, intelligenti e crescevano in fretta. La loro
energia mi toglieva il fiato. E rendeva ancora pi attraenti le
puntate occasionali al centro commerciale. C'erano volte in
cui restavo seduta in auto e mangiavo il mio pranzo da sola
con la radio accesa, sopraffatta dal sollievo, impressionata
dalla mia efficienza. Cos  la vita con due bambine piccole.
Ecco cosa pu essere considerato un successo. Avevo la mousse
di mele. Stavo mangiando durante la pausa pranzo. Eravamo
ancora tutti vivi.
Guardate come me la sto cavando bene, volevo dire in quei momenti
al mio pubblico immaginario. Vedete tutti che ce la sto
facendo?
Quella ero io a quarant'anni, un po' madre perfetta, un
po' donna in carriera. Nei miei giorni migliori mi congratulavo
con me stessa. L'equilibrio della mia vita era elegante
solo se lo si osservava da lontano e strizzando un po' gli occhi,
ma, almeno, qualcosa che somigliava ad un equilibrio
c'era. Il lavoro all'ospedale si era rivelato ottimo, stimolante,
ricco di soddisfazioni e in linea con le mie convinzioni. Mi
stupiva, in realt, vedere come una grande e stimata istituzione,
un ospedale universitario con novemilacinquecento
dipendenti, continuasse a funzionare secondo metodi tradizionali,
gestito com'era da accademici che si dedicavano alla
ricerca medica e scrivevano articoli scientifici e che, in generale,
trovavano il quartiere attorno a loro talmente terrificante
che non avrebbero mai attraversato una strada fuori dal
campus. Io ero galvanizzata da quella paura: era lei a farmi
alzare dal letto la mattina.
Avevo trascorso gran parte della mia vita affrontando ostacoli
di questo tipo: notavo il nervosismo dei bianchi quando
entravano nel mio quartiere, registravo i modi ingegnosi in
cui le persone influenti tendevano ad allontanarsi dalla mia
comunit d'origine e formare gruppi chiusi ed esclusivi che
sembravano sempre pi estranei rispetto al contesto. Il mio lavoro
era un'opportunit per cambiare almeno in parte
quell'atteggiamento, per abbattere le barriere dove potevo,
soprattutto incoraggiando le persone a conoscersi a vicenda.
Avevo il sostegno del mio nuovo capo e la libert di elaborare
un progetto per creare un rapporto pi intenso tra l'ospedale
e la comunit del quartiere. All'inizio avevo una sola persona
che lavorava per me, ma alla fine mi ritrovai a capo di una
squadra di ventidue collaboratori. Misi a punto programmi
per portare il personale dell'ospedale ed i membri del consiglio
d'amministrazione in giro per il South Side, conducendoli in
visita a centri comunitari e scuole, spingendoli a diventare tutor,
mntori e giudici di competizioni scientfiche nelle scuole,
e anche a provare le tavole calde del quartiere. Invitavamo in
ospedale i ragazzi della zona perch si rendessero conto del
lavoro che facevano gli impiegati. Mettemmo a punto un piano
per aumentare il numero di abitanti del quartiere che svolgevano
attivit di volontariato nei reparti, e promuovemmo
attivit accademiche estive nella Medical School, per incoraggiare
gli studenti della comunit a prendere in considerazione
l'idea di iscriversi a Medicina. Quando mi resi conto che il sistema
ospedaliero non era particolarmente incline ad affidare
appalti a imprese che appartenevano a donne o a membri delle
minoranze, contribuii a creare anche l'Ufficio per la diversit
nell'impresa.
Infine, c'era il problema delle persone che avevano un disperato
bisogno di cure. Il South Side aveva poco pi di un
milione di abitanti e scarsit di presdi sanitari, senza considerare
che la popolazione era affetta in maniera anomala da
patologie che tendono a colpire i poveri: asma, diabete, ipertensione,
cardiopatie. Dato che moltissimi non avevano un'assicurazione
e molti altri erano iscritti al programma pubblico
Medicaid, i pazienti si accalcavano regolarmente nel Pronto
soccorso dell'ospedale per terapie di routine che non giustificavano
l'urgenza, oppure perch si trovavano in gravi condizioni,
dato che non si erano mai fatti curare prima. Il
problema era evidente e generava costi, inefficienze e stress
per tutti coloro che vi erano coinvolti. Per di pi, le visite al
Pronto soccorso non servivano a migliorare le prospettive di
salute a lungo termine. Cercare di affrontare il problema divenne
per me un obiettivo prioritario. Tra le altre cose, cominciammo
ad assumere e formare figure di sostegno per i
pazienti - in genere cittadini gentili e disponibili - che aspettavano
con loro nella sala d'attesa del Pronto soccorso, li aiutavano
a fissare gli appuntamenti successivi presso i centri
sanitari comunitari e insegnavano loro dove andare per ricevere
cure regolari, accessibili e di buona qualit.
Il mio lavoro era interessante e mi dava soddisfazioni, ma
dovevo stare attenta che non mi logorasse. Sentivo di doverlo
alle mie figlie. La nostra decisione di lasciare che Barack continuasse
la sua carriera - di concedergli la libert di plasmare
i suoi sogni e cercare di realizzarli - mi port a ridurre il mio
impegno sul lavoro. Quasi deliberatamente, mi ero anestetizzata
per non dar retta alla mia ambizione: facevo un passo
indietro in momenti in cui di solito l'avrei fatto avanti. Non
credo che qualcuno accanto a me avrebbe detto che non mi
impegnavo abbastanza, ma mi rendevo conto che c'erano
progetti che avrei potuto seguire fino in fondo e che invece
abbandonavo. Di alcuni meno importanti sceglievo di non
occuparmi. C'erano giovani per i quali avrei potuto essere
una guida migliore. Si sente parlare in continuazione dei
compromessi a cui deve scendere una madre che lavora.
Questi erano i miei. Se una volta ero una che si buttava su
ogni opportunit, adesso ero pi cauta, pi gelosa del mio
tempo, perch sapevo di dover conservare energie sufficienti
per la vita domestica.
Mantenere la normalit, la stabilit e la routine faceva parte
dei miei obiettivi ma non di quelli di Barack. Non sarebbe mai
stato cos. Eravamo migliorati nel riconoscere questa nostra
diversit. Una yin, l'altro yang. Io bramavo la routine e l'ordine,
lui no. Lui poteva vivere nelle profondit dell'oceano; io
avevo bisogno di una barca. Quando lui era a casa, almeno,
era presente al cento per cento: giocava sul pavimento con le
bambine, leggeva Harry Potter a Malia la sera, rideva alle mie
battute e mi abbracciava ricordandomi la solidit del suo amore,
prima di sparire di nuovo per un'altra mezza settimana o
pi. Tentavamo di ricavare il massimo dai buchi della sua agenda,
mangiando insieme e vedendo amici. Mi accontentava (a
volte) guardando con me Sex and the City. Lo accontentavo (a
volte) guardando con lui I Soprano. Avevo accettato l'idea che
la lontananza da casa era semplicemente una parte del suo lavoro.
Non mi piaceva, ma avevo smesso di combattere. Barack
poteva felicemente terminare la sua giornata in un albergo
lontano, tra battaglie politiche e questioni rimaste in sospeso.
Io, intanto, non chiedevo di meglio del rifugio di casa nostra,
per il senso di completezza che provavo ogni sera quando rimboccavo
le coperte di Sasha e Malia addormentate nei loro lettini
e la lavastoviglie ronzava in cucina.
Non avevo altra scelta che adattarmi alle assenze di Barack,
in ogni caso, perch non erano destinate a finire. Quando
non era impegnato nella sua ordinaria routine, stava conducendo
un'altra campagna elettorale, questa volta per il Senato
degli Stati Uniti, in vista delle elezioni dell'autunno 2004.
Springfield l'aveva reso sempre pi irrequieto: era frustrato
dal passo lento e tortuoso del governo statale, e sempre
pi convinto che avrebbe potuto ottenere maggiori e migliori
risultati a Washington. Sapendo che io avevo ragioni a sufficienza
per essere contraria alla sua candidatura al Senato,
e che anche lui aveva i suoi controargomenti, a met del
2002 organizzammo un incontro informale con una dozzina
di amici stretti. Ci riunimmo per il brunch a casa di Valerie
Jarrett con l'idea di comunicare le sue intenzioni e vedere
che cosa ne pensavano i nostri amici.
Valerie viveva in un condominio non lontano da noi a Hyde
Park. Il suo appartamento era pulito e moderno, con pareti
e mobili bianchi e orchidee dalle tinte vivaci per dare colore
all'ambiente. All'epoca era dirigente di una societ immobiliare
e membro del consiglio di amministrazione dell'ospedale
dell'Universit di Chicago. Aveva sostenuto le mie
iniziative quando lavoravo per Public Allies e raccolto finanziamenti
per le varie campagne di Barack, mettendo in moto
la sua ampia rete di conoscenze per promuovere ogni nostra
impresa. Per questo, e anche per il suo contegno caloroso,
calmo e saggio, Valerie era arrivata ad occupare un ruolo particolare
nelle nostre vite. La nostra amicizia era sia personale
sia professionale. Ed era amica tanto mia quanto di Barack,
cosa che, per la mia esperienza, in una coppia cpita di rado.
Io avevo la mia banda di mamme pi o meno in camera e
Barack passava il poco tempo libero di cui disponeva giocando
a basket con un gruppo di compagni di vecchia data.
Avevamo stretto amicizia con alcune coppie, i cui figli erano
amici delle nostre bambine, famiglie con cui ci piaceva andare
in vacanza. Ma Valerie rappresentava qualcosa di diverso,
una sorella maggiore per entrambi, la persona che ci
aiutava a fare un passo indietro e prendere le misure dei nostri
dilemmi nel momento in cui si presentavano. Leggeva in
noi con chiarezza, e con altrettanta chiarezza comprendeva
i nostri obiettivi ed era protettiva nei confronti di entrambi.
In privato, poi, mi aveva confidato di non essere convinta
che Barack dovesse candidarsi per il Senato federale; cos andai
al brunch certa di aver gi vinto la disputa.
Mi sbagliavo.
Questa candidatura al Senato era un'opportunit unica,
spieg quel giorno Barack. Il senatore in carica, Peter Fitzgerald,
era un repubblicano conservatore in uno Stato sempre
pi democratico, e faceva fatica a conservare il sostegno
del suo stesso partito. Era probabile che alle primarie democratiche
avrebbero partecipato diversi candidati, il che significava
che a Barack bastava avere la maggioranza relativa per
ottenere la nomination. Per quanto riguardava i soldi, mi assicur
che non avrebbe avuto bisogno di intaccare le nostre
finanze. Quando gli chiesi come avrebbe coperto i costi se
avessimo avuto casa sia a Washington sia a Chicago, rispose:
Be', scriver un libro e sar un grande libro, uno di quelli
che fanno i soldi.
Scoppiai a ridere. Barack era l'unica persona di mia conoscenza
che possedeva quel genere di fede: pensare che un libro
avrebbe potuto risolvere ogni problema. Lo presi in giro
paragonandolo al bambino di Jack e il fagiolo magico, che baratta
una mucca con una manciata di fagioli fatati convinto
di aver fatto un affare, anche se  il solo a crederlo.
Su tutti gli altri fronti, la sua logica stringente lasciava allibiti.
Mentre parlava guardavo la faccia di Valerie e mi resi
conto in fretta che Barack stava guadagnando punti anche
con lei, che aveva una risposta a tutte le nostre obiezioni.
Sapevo che quello che diceva aveva senso, anche mentre combattevo
l'impulso di contare tutte le ore in pi che avrebbe
trascorso lontano da noi, per non parlare dello spettro di un
trasloco a Washington. Anche se discutevamo ormai da anni
di tutto quello che la sua carriera politica sottraeva alla nostra
famiglia, amavo Barack e avevo fiducia in lui. Ormai era gi
un uomo con due famiglie e divideva l'attenzione tra me e
le bambine e i suoi circa 200000 elettori del South Side.
Dividerlo con l'intero Stato dell'Illinois avrebbe fatto tutta questa
differenza? Non potevo saperlo, ma non potevo nemmeno
mettermi tra lui e la sua ambizione, quella forza che lo
spingeva a fare sempre di pi.
Cos quel giorno stringemmo un accordo. Valerie accett
di svolgere il ruolo di responsabile finanziario della campagna
di Barack per il Senato. Un certo numero di nostri amici
accettarono di mettere a disposizione tempo e denaro a sostegno
dell'impresa. Io accettai tutti i punti del piano, ma
con un importante avvertimento: se avesse perso, avrebbe abbandonato
la politica e si sarebbe trovato un altro lavoro. Se
il giorno delle elezioni le cose fossero andate male, avrebbe
detto basta.
Avrebbe detto basta davvero, sul serio.
Quello che successe poi, invece, fu una catena di coincidenze
e colpi di scena che non avrebbero potuto essergli pi
favorevoli. Innanzitutto, Peter Fitzgerald decise di non candidarsi
per la rielezione, aprendo il campo agli sfidanti e alle
matricole, seppure relative, come mio marito. Poi, per una
strana combinazione, entrambi i candidati democratici favoriti
e il repubblicano che aveva vinto le primarie finirono invischiati
in scandali in cui erano coinvolte le loro ex mogli.
A pochi mesi dalle elezioni, Barack non aveva nemmeno un
avversario repubblicano.
A dire il vero, aveva condotto una splendida campagna
elettorale, in cui aveva messo a frutto ci che aveva imparato
da quella andata male per il Congresso. Aveva battuto sette
avversari alle primarie e guadagnato pi della met dei voti
necessari a ottenere la nomination. Quando girava per lo Stato
e avvicinava i suoi potenziali elettori, era lo stesso uomo
che conoscevo a casa: simpatico e affascinante, brillante e
competente. Le sue risposte fin troppo lunghe alle domande
nelle riunioni con i cittadini e nei dibattiti elettorali servivano
solo a confermare che era fatto per l'aula del Senato. Ma,
a prescindere dagli sforzi, sembrava che il suo percorso verso
Washington fosse baciato dalla fortuna.
Tutto questo, inoltre, prima che John Kerry lo invitasse a
pronunciare il discorso programmatico alla convention nazionale
del Partito democratico, che si sarebbe tenuta a Boston
nel luglio 2004. Kerry, allora senatore del Massachusetts,
era impegnato contro George W. Bush nella dura lotta per
la presidenza.
Mio marito, in tutto ci, era un signor nessuno, un umile
parlamentare statale che non si era mai trovato di fronte a
una folla di quindicimila o pi persone qual era quella di Boston.
Non aveva mai usato un gobbo n era mai apparso in
diretta televisiva in prima serata. Era un nuovo arrivato, un
nero in quello che storicamente era un affare tra bianchi,
che emergeva dall'oscurit con un nome bizzarro e una strana
storia alle spalle, sperando di toccare le corde del democratico
medio. Come avrebbero riconosciuto poi gli
opinionisti delle reti televisive, scegliere Barack Obama per
parlare a un pubblico di milioni di telespettatori era stato un
enorme azzardo.
Eppure sembrava che il suo percorso tortuoso e per nulla
convenzionale fosse destinato a portarlo esattamente a quel
momento. Io lo sapevo perch avevo visto da vicino come funzionava
la sua mente. Nel corso degli anni l'avevo osservato
divorare libri e giornali, assorbire idee ed opinioni, animandosi
ogni volta che parlava con qualcuno che aveva una nuova
esperienza o una nuova conoscenza da offrire. Ne metteva da
parte ogni frammento. Quello che stava costruendo, adesso
lo capivo, era una visione, e non poco ambiziosa. Era il progetto
al quale avevo dovuto far spazio nella nostra vita di coppia
e con il quale avevo dovuto convivere, seppure con
riluttanza. A volte mi pesava infinitamente, ma era anche
un'ambizione che non ho mai potuto disconoscere in Barack.
Ci lavorava, in silenzio e meticolosamente, da quando lo conoscevo.
E ora, forse, le dimensioni del pubblico sarebbero
state consone alla portata di quanto lui riteneva possibile. Era
pronto per quella chiamata. Tutto quello che doveva fare era
parlare.
Dev'essere stato proprio un bel discorso divent da quel
momento il mio ritornello. Era una battuta tra me e lui che
ripetevo spesso ironicamente, dopo quella sera. La sera del
27 luglio 2004.
Avevo lasciato le bambine con mia madre e preso l'aereo
per essergli accanto a Boston, dietro le quinte del centro in
cui si teneva la convention, mentre Barack saliva sul palco
sotto la luce abbagliante dei riflettori, di fronte a milioni di
persone. Era un po' nervoso, e io pure, anche se eravamo
entrambi determinati a non darlo a vedere. Per Barack funzionava
sempre cos: pi era sotto pressione, pi sembrava
calmo. Aveva scritto il discorso nel giro di un paio di settimane,
lavorandoci tra una votazione e l'altra del Senato dell'Illinois.
L'aveva imparato a memoria e ripetuto con cura fino
al punto che, in realt, non avrebbe avuto bisogno del gobbo,
a meno che non avesse avuto un crollo nervoso od un momentaneo
vuoto di memoria. Ma non accadde nulla di
simile. Barack guard il pubblico e le telecamere e, come se
si fosse avviato un motore dentro di lui, sorrise e part.
Parl per diciassette minuti, quella sera. Spieg chi era e
da dove veniva. Raccont che suo nonno era stato un soldato
al comando del generale Patton, che sua nonna durante la
guerra aveva lavorato alla catena di montaggio, che suo padre
era cresciuto pascolando capre in Kenya. Raccont dell'amore
improbabile dei suoi genitori, della loro fede in
quello che una buona istruzione avrebbe potuto fare per un
figlio che non era nato ricco o con una rete di relazioni importanti.
Con seriet e mestiere, si present non come un
outsider ma semmai come l'incarnazione stessa della storia
americana. Ricord al pubblico che non si poteva semplicemente
dividere il Paese tra il rosso dei repubblicani e il blu
dei democratici, che eravamo uniti da una comune umanit,
obbligati a prenderci cura dell'intera societ. Esort a far
prevalere la speranza sul cinismo. Parl con speranza,
proiett speranza, quasi cant speranza, davvero.
Furono diciassette minuti in cui Barack esib la sua abilit
e facilit di parola, diciassette minuti del suo profondo,
abbagliante ottimismo. Quando fin, con un'ultima raccomandazione
a sostenere John Kerry e il suo candidato vice John
Edwards, la folla era in piedi, a urlare e ad applaudire. Uscii
sul palco, sotto le luci accecanti, con i tacchi alti e un tailleur
bianco, per congratularmi con Barack dandogli un abbraccio
prima di voltarmi a salutare con lui la moltitudine di delegati
infiammati dalle sue parole.
L'aria era elettrica, il frastuono assordante. Che Barack fosse
una persona perbene con una grande mente ed una fede
sincera nella democrazia non era pi un segreto. Ero orgogliosa
di quello che aveva fatto, anche se non ne ero sorpresa.
Era l'uomo che avevo sposato, ero sempre stata consapevole
delle sue capacit. Ripensandoci, credo che fu quello il momento
in cui cominciai ad abbandonare l'idea che il suo percorso
si potesse invertire, che lui sarebbe appartenuto solo a
me ed alle bambine. Lo sentivo quasi nel ritmo dell'applauso.
Ancora, ancora, ancora.
La reazione di giornali e TV al discorso di Barack fu entusiastica.
Ho appena visto il primo presidente nero, dichiar
Chris Matthews agli altri commentatori della NBC. Il giorno
dopo, un titolo di prima pagina sul Chicago Tribune diceva
semplicemente: Il fenomeno. Il cellulare di Barack cominci
a squillare senza sosta. Gli opinionisti televisivi lo definivano
una rock star e parlavano di successo improvviso, come
se Barack non avesse passato anni a lavorare per quel momento
sul palco, come se fosse stato quel discorso a creare
lui e non il contrario. Tuttavia, quel discorso fu davvero l'inizio
di un nuovo corso, non solo per lui ma per noi, per la nostra
famiglia. Ci trovammo esposti all'attenzione dei media
e della gente e trascinati nella rapida corrente delle aspettative
altrui.
Era surreale, l'intera faccenda. Tutto quello che potevo fare,
in realt, era scherzarci sopra.
Dev'essere stato proprio un bel discorso, dicevo alzando
le spalle quando la gente cominci a fermare Barack per strada
e a chiedergli l'autografo od a dirgli che gli era piaciuto molto
quello che aveva detto. Dev'essere stato proprio un bel
discorso, dissi quando uscimmo da un ristorante a Chicago
e trovammo una folla assiepata sul marciapiede ad attenderlo.
Dissi la stessa cosa quando i giornalisti cominciarono a chiedere
l'opinione di Barack su importanti questioni nazionali,
quando gli strateghi politici di grosso calibro cominciarono a
ronzargli intorno e quando, dopo nove anni di oblio, I sogni
di mio padre fu ristampato in edizione economica e fin nella
classifica dei bestseller del New York Times.
Dev'essere stato proprio un bel discorso, dissi quando
Oprah Winfrey, raggiante e vivace, venne a casa nostra per
un giorno intero a intervistarci per la sua rivista.
Che cosa ci stava capitando? Non riuscivo quasi a stargli dietro.
In novembre, Barack fu eletto al Senato degli Stati Uniti
con il 70 per cento dei voti, il margine pi ampio in tutta la
storia dell'Illinois e la vittoria pi schiacciante in tutto il Paese
nelle elezioni del Senato di quell'anno. Aveva conquistato significative
maggioranze tra i neri, tra i bianchi, tra gli ispanici;
tra gli uomini e tra le donne; tra i ricchi e tra i poveri; tra gli
abitanti del centro, quelli delle periferie e quelli delle campagne.
A un certo punto andammo in Arizona per una breve vacanza
e fu preso d'assalto da gente che voleva congratularsi
con lui. Fu questa per me l'autentica e singolare misura della
sua fama: adesso lo riconoscevano anche i bianchi.
Mi attaccai a quello che restava della mia normalit. Quando
eravamo a casa, tutto era ancora uguale a prima. Quando
eravamo con i nostri amici e la nostra famiglia, tutto era ancora
uguale a prima. Con le nostre figlie tutto era ancora
uguale a prima. Ma fuori, le cose erano cambiate. Barack volava
avanti e indietro senza sosta da Washington. Aveva un
ufficio in Senato e un appartamento a Capitol Hill, un minuscolo
monolocale in un palazzo malconcio, subito stipato
di libri e giornali, il suo Buco fuori casa. Ogni volta che io e
le bambine andavamo a trovarlo non fingevamo nemmeno
di voler stare l e prenotavo una camera in albergo per tutti
e quattro.
Restai fedele alla mia routine di Chicago. Palestra, lavoro,
casa, e poi da capo. Piatti nella lavastoviglie. Lezioni di nuoto,
calcio, danza. Tenevo il ritmo come al solito. Barack aveva
una vita a Washington, ora, nel segno di quella gravitas associata
alla carica di senatore, ma io ero sempre la stessa, vivevo
la mia vita normale di sempre. Un giorno ero seduta nell'auto
parcheggiata al centro commerciale di Clybourn Avenue,
stavo mangiando un piatto preso da Chipotle godendomi un
momento tutto per me dopo una corsa da BabyGap, quando
la mia segretaria mi chiam sul cellulare per chiedermi se
poteva passarmi una telefonata. Era una signora di Washington
- una persona che non avevo mai incontrato, la moglie
di un altro senatore - che aveva gi cercato un paio di volte
di mettersi in contatto con me.
Certo, passamela, dissi.
E cos mi arriv la voce calda e piacevole della moglie del
senatore. Buongiorno, disse. Sono contenta di riuscire finalmente
a parlare con lei.
Le dissi che ero contenta anch'io.
La chiamo solo per darle il benvenuto, e farle sapere che ci
piacerebbe invitarla a far parte di qualcosa di molto speciale.
Mi chiamava per chiedermi di entrare in una specie di organizzazione
privata, un club che, da quanto capii, era formato
principalmente dalle mogli di personaggi importanti
di Washington. Si trovavano regolarmente per pranzo e per
discutere delle questioni del giorno.  un modo simpatico
per conoscere gente, e io so che non  sempre facile per chi
 nuovo in citt, disse.
In tutta la mia vita, nessuno mi aveva mai chiesto di entrare
a far parte di un club. Alle superiori vedevo sempre i miei
amici andare a sciare con i loro gruppi Jack and jill. A Princeton,
ogni tanto aspettavo alzata che Suzanne tornasse a casa,
brilla e ilare, dalle sue feste all' eatng club. Da Sidley, met
degli avvocati apparteneva ad un circolo sportivo. Avevo visitato
una gran quantit di club quando raccoglievo fondi per
Public Allies o per le campagne elettorali di Barack. Si impara
presto che, in genere, trasudano denaro. Essere ammessi
a questi club significa molte altre cose.
Era gentile da parte della moglie del senatore farmi
quell'offerta; alla base c'era una buona intenzione, ma io fui
sin troppo felice di declinare l'invito.
La ringrazio, risposi.  molto gentile da parte sua aver
pensato a me. Ma, in realt, abbiamo deciso che non mi trasferir
a Washington. Le dissi che avevamo due bambine
piccole che andavano a scuola a Chicago e che io ero molto
attaccata al mio lavoro. Le spiegai che Barack si stava organizzando
per vivere a Washington e tornava a casa quando
poteva. Non accennai al fatto che eravamo cos legati a Chicago
che stavamo cercando di acquistare una nuova casa, grazie
ai diritti maturati dal suo libro in sguito alla nuova
edizione ed al generoso anticipo che nel frattempo aveva ricevuto
per scriverne un altro. Il sorprendente raccolto dei
fagioli magici di Barack.
La moglie del senatore fece una pausa, lasci passare un
attimo d'imbarazzo. Quando riprese a parlare, la sua voce
era dolce. Pu essere molto diffcile in un matrimonio, sa,
disse. Le famiglie si sfasciano.
In quel momento accusai il colpo del suo giudizio. Lei era
a Washington da molti anni. Il sottinteso era che aveva visto
le cose andare male quando una moglie si teneva a distanza.
Il sottinteso era che la mia scelta era pericolosa, che per la
moglie di un senatore c'era una sola scelta giusta, e io stavo
facendo quella sbagliata.
La ringraziai di nuovo, chiusi la comunicazione e sospirai.
Nessuna di queste scelte era mia, anzitutto. Non lo era mai
stata. Adesso, come lei, ero la moglie di un senatore degli
Stati Uniti - signora Obama, mi aveva chiamata durante tutta
la telefonata - ma questo non significava che avrei dovuto lasciar
perdere tutto per sostenere lui. In realt, non volevo lasciar
perdere proprio niente.
Sapevo che c'erano altre mogli di senatori che avevano scelto
di vivere nelle loro citt d'origine invece che a Washington.
Sapevo che il Senato, composto da cento senatori di cui quattordici
donne, non era pi l'istituzione antiquata di un tempo.
Tuttavia, consideravo arrogante che un'altra donna mi
dicesse che sbagliavo a non trasferire le mie bambine dalla
loro scuola e a continuare a fare il mio lavoro. Alcune settimane
dopo l'elezione, seguii Barack a Washington a una
giornata di orientamento per i nuovi eletti e le mogli. Eravamo
in pochi quell'anno a partecipare e, dopo una breve introduzione,
i politici andarono per conto loro, mentre le
mogli furono accompagnate in un'altra sala. Io ero arrivata
l con alcune domande, sapendo che dai politici e dalle loro
famiglie si pretende il rispetto di severe norme etiche, che
stabiliscono per esempio da chi si possono ricevere regali o
come si pagano i viaggi per e da Washington. Pensavo che
avremmo parlato di come ci si comporta con i lobbisti nelle
occasioni sociali o delle regole sulla raccolta dei fondi per
una futura campagna elettorale.
Invece, ci fu propinata un'elaborata disquisizione sulla storia
e l'architettura del Campidoglio e ci vennero mostrati i servizi
di porcellana ufficiali del Senato. Segu un pranzo elegante
in cui si chiacchier amabilmente. L'intera faccenda si era protratta
per ore. Sarebbe stato divertente, forse, se per essere l
non avessi preso un giorno di ferie e lasciato le bambine con
mia madre. Se dovevo essere la moglie di un politico, volevo
prendere la cosa sul serio. Non m'importava della politica in
s, ma non volevo nemmeno commettere errori.
La verit  che Washington mi disorientava, con le sue tradizioni
di decoro e la sobria considerazione che aveva di s,
con il suo essere molto bianca e molto maschile, con le signore
invitate a pranzare fuori, in disparte. Al fondo del mio
sconcerto c'era una sorta di paura: per quanto non avessi
scelto io di essere coinvolta, stavo per venire risucchiata. Ero
la signora Obama da dodici anni, ma adesso il cognome di
mio marito stava assumendo un significato diverso. Almeno
in certi ambienti, ora ero la signora Obama in un modo che
poteva sembrare condiscendente, una signora definita dal
suo signore. Io ero la moglie di Barack Obama, la rockstar
della politica, l'unico nero del Senato: l'uomo che aveva parlato
di speranza e di tolleranza in modo cos toccante e potente
che ora attorno a lui le aspettative ronzavano come uno
sciame di vespe.
Mio marito era un senatore, ma pareva che la gente volesse
gi guardare oltre. Tutti erano impazienti di sapere se si sarebbe
candidato alle presidenziali nel 2008. Non c'era modo
di evitare la domanda. Gliela ponevano tutti i giornalisti.
Gliela faceva quasi ogni persona che incontrava per strada.
All'ospedale, i miei colleghi si fermavano sulla soglia del mio
ufficio e lasciavano cadere con aria indifferente la domanda,
per vedere se riuscivano ad avere un'anticipazione. Lo voleva
sapere persino Malia, che aveva sei anni e mezzo il giorno in
cui indoss un vestitino di velluto rosa e stette in piedi accanto
a Barack quando lui giur in Senato al fianco di Dick
Cheney. A differenza di molti altri, per, la nostra matricola
delle elementari era abbastanza assennata da intuire quanto
sembrasse tutto prematuro.
Pap, proverai a diventare presidente? gli chiese. Non
pensi che prima forse dovresti essere vicepresidente o qualcosa
del genere?
Sull'argomento io la pensavo come Malia. Siccome sono da
una vita una persona pragmatica, ho sempre consigliato un
approccio lento, la metodica spunta delle caselle. Sono per
natura una convinta sostenitrice dell'attesa lunga e giudiziosa.
In questo caso specifico, mi sentivo meglio ogni volta che Barack
respingeva i suoi inquisitori - con la modestia che ti fa dire
Ma dai! - rifiutando le domande sulla presidenza e
dichiarando che l'unica cosa che aveva intenzione di fare era
abbassare la testa e lavorare sodo per il Senato. Spesso ricordava
alla gente di essere solo un membro di basso rango del
partito di minoranza, un panchinaro, se mai ce n'era stato
uno. A volte aggiungeva che aveva due bambine da crescere.
Ma i tamburi gi rullavano. Era difficile fermarli. Barack
stava scrivendo il libro che sarebbe diventato L'audacia della
speranza: rifletteva a fondo sulle sue convinzioni e sulla sua
idea di Paese, traducendole la sera tardi in parole su taccuini.
Era davvero contento, mi raccontava, di stare dov'era, incrementando
a poco a poco la sua capacit di influenza, in attesa
che venisse il momento per lui di prendere la parola
all'interno della cacofonia legislativa del Senato. Ma poi arriv
una tempesta.
L'uragano Katrina devast la costa statunitense del Golfo
del Messico alla fine di agosto del 2005, travolgendo gli argini
a New Orleans, sommergendo le regioni pianeggianti,
costringendo la gente a mettersi in salvo sui tetti delle case distrutte.
Le conseguenze furono spaventose: le televisioni
mostravano ospedali privi di gruppi elettrogeni d'emergenza,
famiglie sconvolte dal dolore ammassate nel Superdome
di New Orleans, lo stadio del football, i soccorritori ostacolati
dalla mancanza di rifornimenti. Alla fine, morirono circa milleottocento
persone e gli sfollati furono pi di mezzo milione,
e la tragedia fu esacerbata anche dall'inettitudine del
governo federale nel reagire al disastro. Fu una straziante
messa a nudo dei divari strutturali che esistevano all'interno
degli Stati Uniti, e soprattutto della grande, sproporzionata
vulnerabilit degli afroamericani e in generale della povera
gente di ogni razza di fronte alle difficolt.
Dov'era la speranza, adesso?
Guardavo i servizi televisivi sull'uragano Katrina con una
stretta allo stomaco, consapevole che se il disastro avesse colpito
Chicago molti miei zii e zie, cugini e vicini sarebbero andati
incontro a un destino simile. La reazione di Barack non
fu meno emotiva. Una settimana dopo l'uragano, vol a
Houston per raggiungere l'ex presidente George Bush,
insieme a Bill e Hillary Clinton, che allora era sua collega in
Senato, per passare un po' di tempo con le decine di migliaia
di abitanti di New Orleans che avevano cercato riparo nell'Astrodome,
lo stadio di Houston. L'esperienza accese qualcosa
in lui, la tormentosa sensazione che non stava ancora
facendo abbastanza.
Questo  il pensiero a cui riandai un anno o due dopo,
quando il rullo dei tamburi sal di volume e la pressione su di
noi si fece davvero schiacciante. Sbrigavamo le nostre solite
faccende, ma la domanda sulla possibile candidatura di Barack
alla presidenza agitava l'aria tutt'intorno a noi. Avrebbe potuto?
L'avrebbe fatto? Avrebbe dovuto farlo? Nell'estate del 2006, un sondaggio
condotto sulla base di questionari a risposta aperta lo
indic come possibile presidente, anche se la prima scelta era
decisamente Hillary Clinton. In autunno, tuttavia, il sostegno
a Barack aveva incominciato ad aumentare, anche grazie alla
pubblicazione dell'Audacia della speranza e alle molte occasioni
di comparire sulla stampa e in televisione che ebbe durante il
tour per promuovere il libro. All'improvviso, nei sondaggi, i
suoi numeri erano gli stessi o addirittura superavano quelli di
Al Gore e John Kerry, i due candidati democratici alle presidenziali
precedenti: era la prova del suo potenziale. Ero al corrente
del fatto che incontrava amici, consiglieri e possibili
finanziatori per comunicare che stava rimuginando sull'idea.
C'era una sola persona con la quale non aveva ancora toccato
l'argomento, e quella persona ero io.
Sapeva, ovviamente, come la pensavo. Ne avevamo discusso
indirettamente, in margine ad altre questioni. Convivevamo
da cos tanto tempo con le aspettative degli altri che ormai facevano
parte di tutte le nostre conversazioni. Il potenziale di
Barack era seduto a tavola con noi a cena. Il potenziale di Barack
accompagnava le bambine a scuola e me al lavoro. Era
presente anche quando non volevamo che lo fosse, aggiungendo
una strana energia ad ogni momento. Dal mio punto di
vista, mio marito stava gi facendo abbastanza. Se aveva intenzione
anche solo di pensare di candidarsi alla presidenza,
speravo che avrebbe preso la via pi prudente, preparandosi con
calma, dedicando il suo tempo al Senato e aspettando che le
bambine fossero pi grandi. Fino al 2016, magari.
Da quando lo conoscevo, Barack aveva sempre avuto lo
sguardo fisso su un orizzonte lontano, sulla sua concezione
del mondo come dovrebbe essere. Per una volta, avrei voluto
che fosse contento della vita cos com'era. Non capivo come
potesse guardare Sasha e Malia, che all'epoca avevano cinque
e otto anni, con le loro treccine e la loro esuberante allegria,
e pensarla in un altro modo. A volte mi feriva che lo facesse.
Eravamo insieme su un'altalena, tutti e due, il signore da
una parte e la signora dall'altra. Ora abitavamo in una via
tranquilla del quartiere di Kenwood, in una bella casa di mattoni
in stile georgiano, con un'ampia veranda e alberi alti in
giardino, identica a quelle che io e Craig guardavamo a bocca
aperta durante le gite domenicali sulla Buick di nostro padre.
Pensavo spesso a lui e a tutto quello che aveva investito
su di noi. Avrei disperatamente voluto che fosse vivo perch
vedesse come si stavano mettendo le cose. Craig era molto
felice: aveva impresso una svolta alla sua vita abbandonando
la carriera da banchiere d'investimento per tornare al primo
amore, il basket. Dopo alcuni anni da assistente alla Northwestern,
adesso era primo allenatore alla Brown University,
nel Rhode Island, e stava per risposarsi. La sua nuova compagna,
Kelly McCrum, era una donna della East Coast, bella
e con i piedi per terra, responsabile delle ammissioni di un
college. I suoi due figli erano cresciuti in altezza e sicurezza
di s e sembravano la pubblicit dello splendido futuro che
attendeva la nuova generazione.
Io ero la moglie di un senatore, ma oltre a questo, e cosa
molto pi importante, avevo una carriera a cui tenevo. In primavera
ero diventata dirigente dell'ospedale dell'Universit
di Chicago. Avevo trascorso i due anni precedenti a capo di
un programma, il South Side Healthcare Collaborative, che
aveva gi messo in contatto pi di millecinquecento pazienti
giunti nel nostro Pronto soccorso con medici che potevano
continuare a seguirli, che fossero in grado di pagarsi le cure
o no. Prendevo molto sul personale il mio lavoro. Vedevo una
processione di neri che si presentavano al Pronto soccorso
con malattie croniche a lungo trascurate - pazienti diabetici,
per esempio, con la circolazione talmente compromessa da
rendere necessaria l'amputazione di una gamba - e non potevo
fare a meno di pensare a ogni appuntamento che mio
padre non aveva preso per s, a ogni sintomo della sclerosi
multipla che aveva minimizzato, per non disturbare o non far
spendere soldi o non costringere nessuno a compilare troppe
carte, o per risparmiarsi la sensazione di essere guardato
dall'alto in basso da un ricco medico bianco.
Mi piaceva il mio lavoro e, anche se non era perfetta, mi
piaceva la mia vita in generale. Ora che Sasha era in procinto
di cominciare le elementari, era come se mi trovassi all'inizio
di una nuova fase, sul punto di riaccendere la mia ambizione
e considerare una nuova serie di obiettivi. Che cosa avrebbe
significato una campagna presidenziale? Avrebbe fagocitato
tutto questo. Ne sapevo abbastanza per capirlo in anticipo.
Barack e io avevamo ormai vissuto cinque campagne elettorali
in undici anni, e ognuna mi aveva costretto a lottare un po'
pi duramente per tener ferme le mie priorit. Ognuna, direi,
aveva lasciato una piccola ammaccatura dentro di me e
anche nel nostro matrimonio. Temevo che una campagna per
la presidenza ci avrebbe davvero sfasciati. Barack sarebbe stato
ancora pi lontano da casa, pi di quando era senatore a
Springfield, pi di quanto lo fosse ora a Washington: non per
mezze settimane, ma per settimane intere; non per periodi
da quattro a otto settimane con qualche pausa in mezzo, ma
per quindici-venti settimane di fila. Quali conseguenze avrebbe
avuto questa lontananza sulla nostra famiglia? Quali effetti
sulle nostre bambine l'attenzione del pubblico e dei mezzi
d'informazione?
Facevo quello che potevo per ignorare il turbinio intorno a
Barack, anche se non accennava a calmarsi. Gli opinionisti delle
reti televisive discutevano del suo potenziale. David Brooks,
editorialista conservatore del New York Times, pubblic un
articolo sorprendente - una specie di invito ad agire - intitolato
Corri, Barack, corri. Adesso, ormai, lo riconoscevano praticamente
ovunque andasse, ma io avevo ancora la benedizione
dell'invisibilit. Un giorno, in ottobre, ero in coda in un minimarket
e mi cadde l'occhio sulla copertina di Time. Era un
primo piano ravvicinato di mio marito accanto al titolo Perch
Barack Obama potrebbe essere il prossimo presidente.
Avevo ancora la speranza che a un certo punto Barack ponesse
fine a tutte quelle speculazioni dichiarandosi fuori dalla
corsa e indirizzando altrove l'attenzione dei media. Ma
non lo faceva. Non l'avrebbe fatto. Voleva candidarsi. Lui lo
voleva e io no.
Ogni volta che un giornalista gli chiedeva se si sarebbe candidato,
Barack faceva resistenza e rispondeva semplicemente:
Ci sto ancora pensando.  una decisione famigliare. Significato
in codice: Solo se Michelle  d'accordo.
Le sere che Barack era a Washington, io ero sola nel nostro
letto con la sensazione di essere sola contro il mondo. Volevo
Barack per la nostra famiglia. Tutti gli altri lo volevano per il
nostro Paese. I membri del suo gruppo di consiglieri - David
Axelrod e Robert Gibbs, i due strateghi della campagna elettorale,
decisivi per la sua elezione al Senato, David Plouffe, un
altro consulente della societ di Axelrod, il responsabile della
segreteria, Pete Rouse, e Valerie - lo appoggiavano con cautela.
Ma avevano anche messo in chiaro che non era possibile
fare una campagna a met: entrambi, Barack e io, dovevamo
impegnarci senza riserve. A lui sarebbe stato richiesto l'inimmaginabile.
Senza mai venir meno ai suoi doveri in Senato,
avrebbe dovuto programmare e sostenere una campagna elettorale
da una costa all'altra degli Stati Uniti, elaborare una
piattaforma politica, e in pi raccogliere una stupefacente
quantit di denaro. Il mio ruolo non poteva limitarsi al tacito
sostegno: avrei dovuto partecipare in prima linea. Io e le mie
figlie avremmo dovuto essere disponibili, sorridere in segno
di approvazione e stringere moltissime mani. Tutto doveva
ruotare attorno a lui, a sostegno di questa causa pi alta.
Persino Craig, che mi aveva sempre protetto sin da quando
ero nata, era stato trascinato dall'entusiasmo di una potenziale
candidatura. Mi telefon una sera, appositamente per
darmi un'imbeccata. Senti, Miche, disse ricorrendo, come
faceva spesso, al vocabolario del basket, so che sei preoccupata,
ma se Barack ha la palla buona, deve tirare, giusto?
Dipendeva da me. Dipendeva tutto da me. Avevo paura o
ero solo stanca?
Nel bene e nel male, mi ero innamorata di un uomo con
una visione ottimista senza essere ingenua, che non indietreggiava
davanti al conflitto e curioso della complessit del
mondo. Il tanto lavoro da fare stranamente non lo intimidiva.
Lo impauriva l'idea di lasciare me e le bambine per lunghi
periodi, diceva, ma continuava anche a ricordarmi
quanto fosse forte il nostro amore. Possiamo farcela, giusto?
disse una sera nel suo studio, tenendomi la mano, e finalmente
affront l'argomento. Noi due siamo forti e
intelligenti, e anche le bambine. Andr tutto bene. Possiamo
permettercelo.
Voleva dire: certo, una campagna avrebbe avuto un costo.
C'erano cose a cui avremmo dovuto rinunciare: il tempo,
l'intimit, la privacy. Era troppo presto per prevedere quanto
ci sarebbe stato richiesto, ma sarebbe stato molto, senza dubbio.
Per me, era come spendere soldi senza sapere quanti ne
avevo in banca. Di quanta resilienza disponevamo? Qual era
il nostro limite? Che cosa ci sarebbe rimasto, alla fine? Gi
quest'incertezza mi pareva una minaccia, un'onda che avrebbe
potuto sommergerci. Dopotutto, ero cresciuta in una famiglia
che credeva nella previdenza, che faceva le prove
d'evacuazione in casa e arrivava ridicolmente in anticipo
ovunque. Appartenere alla working class e crescere con un
genitore disabile mi avevano insegnato l'importanza di programmare
ed essere accorti. Poteva fare la differenza tra la
sicurezza e la povert. I confini erano sempre labili. Veder
saltare uno stipendio poteva lasciarti senza elettricit; non
svolgere un compito a casa poteva precluderti il college.
Veder morire in un incendio un compagno di classe in
quinta elementare, o Suzanne prima che avesse la possibilit
di diventare davvero adulta, mi aveva insegnato che la vita
pu essere brutale ed imprevedibile, che lavorare sodo non
sempre assicura risultati positivi. Questa sensazione era destinata
ad aumentare, ma persino allora, seduta nel silenzio
della nostra casa di mattoni, nella nostra via tranquilla, non
potevo non desiderare di proteggere quello che avevamo,
curare le nostre bambine e dimenticare il resto, almeno finch
non fossero cresciute ancora un po'.
Eppure c'era un altro aspetto da considerare, e Barack e io
ne eravamo perfettamente consapevoli. Avevamo osservato la
devastazione di Katrina a distanza, da privilegiati. Avevamo visto
genitori sollevare i loro bambini sopra le acque e famiglie
afroamericane cercare di resistere nella disumana promiscuit
del Superdome di New Orleans. I miei lavori - dal Comune
a Public Allies all'universit - mi avevano aiutato a capire
quanto fosse difficile per alcune persone assicurarsi beni essenziali
come l'assistenza sanitaria di base ed una casa. Avevo
visto la linea sottile che separa il tirare avanti dall'andare a
fondo. Barack, da parte sua, aveva trascorso molto tempo ad
ascoltare lavoratori licenziati, giovani reduci di guerra che
cercavano di convivere con disabilit irreversibili, madri stanche
di mandare i figli in scuole che funzionavano male. In altre
parole, capivamo quanto eravamo straordinariamente
fortunati, e sentivamo entrambi il dovere di non accontentarci
di questa fortuna tenendola per noi.
Capii che non avevo altra scelta se non prendere in considerazione
quell'idea. Perci decisi di aprirle la porta. Barack
e io ne discutemmo non una, ma molte volte, fino alla fine
delle vacanze di Natale, quando andammo come sempre a
trovare Toot alle Hawaii. Alcune delle nostre conversazioni
erano segnate dalla rabbia e dalle lacrime, altre erano serie
e costruttive. Era il sguito di un dialogo che portavamo
avanti ormai da oltre diciassette anni. Chi eravamo noi? Che
cosa era importante per noi? Che cosa potevamo fare noi?
Alla fine, tutto si ridusse a questo: io dissi di s perch credevo
che Barack potesse essere un grande presidente. Esprimeva
una sicurezza di s che pochi possiedono. Aveva l'intelligenza
e la disciplina per fare quel lavoro, il carattere per sopportare
le difficolt che sarebbero sorte e rare doti di empatia che
l'avrebbero mantenuto in sintonia con i bisogni del Paese. Era
anche circondato da persone perbene, brillanti e pronte ad
aiutarlo. Chi ero io per fermarlo? Come potevo contrapporre
le mie esigenze, e persino quelle delle nostre bambine, alla possibilit
che Barack fosse il presidente capace di aiutare milioni
di persone ad avere una vita migliore?
Dissi di s perch lo amavo e avevo fiducia in quello che
poteva fare.
Dissi di s, anche se allo stesso tempo nutrivo un pensiero
doloroso, un pensiero che non ero disposta ad esprimere: lo
sostenni nella campagna, ma ero anche certa che non sarebbe
arrivato fino in fondo. Parlava molto spesso e appassionatamente
di sanare le divisioni del nostro Paese, appellandosi
a una serie di nobili ideali che credeva fossero innati nella
maggioranza delle persone. Ma io di quelle divisioni ne avevo
viste abbastanza per mitigare le mie speranze. Barack era un
nero in America, dopotutto. Non pensavo davvero che potesse
vincere.
...
16.

Dal minuto stesso in cui fummo d'accordo che poteva candidarsi,
Barack divent una specie di visione dalla forma vagamente
umana, una versione pixellata della persona che
conoscevo, un uomo che all'improvviso doveva essere ovunque
nello stesso momento, guidato dalla forza dell'immensa
impresa e a essa votato. Mancava meno di un anno alle primarie,
che sarebbero come sempre partite dall'Iowa. Barack
doveva assumere velocemente i suoi collaboratori, corteggiare
i finanziatori in grado di firmare grossi assegni e pensare
a come annunciare la sua candidatura per generare la pi
grande eco possibile. L'obiettivo era quello di intercettare
l'attenzione della gente e mantenerla fino al giorno delle elezioni.
Le campagne si possono vincere o perdere gi dalle
prime mosse.
L'intera operazione sarebbe stata supervisionata con il loro
entusiasmo dai due David: Axelrod e Plouffe. Axe (ascia),
come lo chiamavano tutti, aveva una voce dolce, modi cortesi
e folti baffi su tutta la lunghezza del labbro superiore. Prima
di diventare consigliere politico aveva lavorato come cronista
al Chicago Tribune e si sarebbe occupato della comunicazione
e dei media. Plouffe, che a trentanove anni aveva il sorriso
di un ragazzino e amava i numeri e la strategia, avrebbe
diretto la campagna nel suo insieme. La squadra cresceva rapidamente:
furono reclutate persone di esperienza per tenere
sotto controllo il lato finanziario e pianificare gli eventi.
Qualcuno ebbe l'intelligenza di suggerire a Barack di annunciare
la sua candidatura a Springfield. Tutti convennero
che sarebbe stato lo sfondo ideale, nel cuore dell'America,
per una campagna elettorale che speravamo fosse diversa,
condotta dal basso, in gran parte da persone nuove all'arena
politica. Era la pietra angolare su cui poggiava la speranza di
Barack. Negli anni trascorsi come coordinatore di comunit
aveva visto quante persone, in seno alla nostra democrazia,
si sentivano inascoltate e private dei diritti. Project VOTE! aveva
contribuito a fargli comprendere quali risultati si potevano
ottenere se a quelle persone si fosse garantita la facolt
di partecipare. La sua campagna presidenziale sarebbe stata
un test ben pi importante. Il suo messaggio avrebbe funzionato
su una scala pi ampia? Si sarebbe fatta avanti abbastanza
gente per dare una mano? Barack sapeva di essere un
candidato insolito e voleva fare una campagna insolita.
Il piano prevedeva che Barack annunciasse la sua candidatura
dalla scalinata dell'Old State Capitol, l'antica sede del
parlamento dell'Illinois, un monumento molto pi affascinante,
come scenografia, di un centro congressi o di uno stadio.
Ma l'esercito sarebbe stato all'aperto, nel bel mezzo
dell'Illinois, a met febbraio, quando la temperatura era
spesso sotto lo zero. La decisione mi sembr nobile ma poco
realistica e non contribu certo ad aumentare la mia fiducia
negli organizzatori della campagna, che adesso di fatto governavano
le nostre vite. Io non ero per niente contenta;
immaginavo me e le bambine tra le raffiche di neve e di vento
gelido, a tentare di sorridere mentre Barack si sforzava di apparire
pieno di energia e non intirizzito. Pensavo a tutte le
persone che avrebbero deciso di rimanere a casa loro invece
che stare in piedi per ore al freddo. Io nel Midwest c'ero nata
e cresciuta: sapevo che il tempo poteva rovinare tutto. Sapevo
anche che Barack non poteva permettersi un fiasco prima
ancora di cominciare.
Circa un mese prima, Hillary Clinton, piena di sicurezza,
aveva annunciato la propria candidatura. John Edwards, il vice
di Kerry alle presidenziali del 2004, ex senatore della Carolina
del Nord, aveva lanciato la sua campagna il mese
precedente, a New Orleans, davanti a una casa distrutta
dall'uragano Katrina. In totale sarebbero stati nove i democratici
in lizza per la nomination. Il campo sarebbe stato affollato
e la competizione feroce.
La squadra di Barack stava giocando d'azzardo con quell'annuncio
all'aperto, ma io non sono il tipo che rema contro.
Insistetti che sul podio di Barack ci fosse almeno una stufetta
per impedire che sembrasse troppo a disagio nei notiziari nazionali.
Per il resto, tenni la bocca chiusa. D'altra parte non
avevo pi quasi alcun controllo della situazione. I comizi erano
stati programmati, le strategie definite, i volontari radunati.
La campagna era cominciata e non c'era modo di tirarsene
fuori all'ultimo minuto lanciandosi con il paracadute.
Fu l'istinto di conservazione, probabilmente, a spingermi
a concentrare la mia attenzione su qualcosa che potevo controllare,
ossia trovare due cappellini accettabili per Malia e
Sasha da indossare il giorno dell'annuncio. Avevo gi trovato
i cappottini nuovi, ma mi ero dimenticata dei cappelli.
Con l'avvicinarsi della data, cominciarono le mie frenetiche
spedizioni dopo il lavoro nei grandi magazzini della Water
Tower Place, dove rovistavo nelle scorte ormai in calo degli
indumenti invernali - eravamo oltre la met stagione - perlustrando
invano gli scaffali dei saldi. Ben presto cominciai a
preoccuparmi meno del fatto che Malia e Sasha avessero
l'aria di figlie di un futuro presidente e pi del fatto che non
sembrassero cresciute senza una madre. Finalmente, forse alla
mia terza spedizione, trovai qualcosa: due cappellini di tessuto
a maglia, bianco per Malia e rosa per Sasha, tutti e due
nella taglia pi piccola da donna. Per Malia la taglia era giusta,
ma quello di Sasha era un po' troppo largo per la testolina
di una bambina di cinque anni. Non erano certo capi d'alta
moda, ma erano abbastanza carini, e soprattutto le avrebbero
tenute al caldo anche nel caso che l'inverno dell'Illinois avesse
dato il peggio di s. Era un successo davvero minimo, ma
pur sempre un successo, e me lo ero guadagnato io.
Il giorno in cui Barack avrebbe annunciato la sua candidatura
- il 10 febbraio 2007 - cominci con un mattino luminoso
e senza una nuvola, il genere di sabato scintillante di
mezzo inverno che sembra molto meglio di quanto in realt
non sia. La temperatura era di undici gradi sotto zero, con
una leggera brezza. La nostra famiglia era arrivata a Springfield
il giorno prima e alloggiava in una suite di tre stanze in
un albergo del centro, dove un intero piano era stato prenotato
per una ventina di famigliari e amici, anche loro arrivati
da Chicago.
Cominciavamo gi a provare la pressione di una campagna
nazionale. L'annuncio di Barack era stato inavvertitamente
programmato lo stesso giorno dello State of the Black Union,
un forum sulla condizione dei neri d'America organizzato
ogni anno da Tavis Smiley, una personalit della televisione
pubblica, che era naturalmente furibondo. Manifest tutto il
suo disappunto ai collaboratori di Barack, lasciando intendere
che la mossa dimostrava una mancanza di riguardo nei
confronti della comunit afroamericana e avrebbe finito per
danneggiare la candidatura. Fui sorpresa che a sparare il primo
colpo contro di noi fosse proprio un membro della comunit
nera. Poi, appena il giorno prima dell'annuncio,
Rolling Stone pubblic un pezzo su Barack che includeva
una visita del giornalista alla Trinity Church di Chicago, di cui
eravamo ancora membri, anche se frequentatori molto meno
assidui dopo la nascita delle bambine. Il pezzo riportava il brano
incendiario di un sermone del reverendo Jeremiah Wright,
risalente a molti anni prima, sul trattamento riservato ai neri
nel nostro Paese: la tesi era che agli americani importava pi
di mantenere la supremazia dei bianchi che di Dio.
Il profilo in s era ampiamente positivo, ma il titolo di copertina
della rivista recitava Le origini radicali di Barack Obama
e noi sapevamo che sarebbe stato usato ben presto come
un'arma contro di noi dai media conservatori. Si stava profilando
un disastro, soprattutto perch eravamo alla vigilia del
lancio della campagna e proprio il reverendo Wright avrebbe
dovuto tenere la preghiera d'invocazione prima del discorso
di Barack. Barack dovette fare una difficile telefonata. Chiam
il pastore e gli chiese se fosse disposto a tenersi lontano
dai riflettori e a darci una benedizione privata dietro le quinte.
Il reverendo Wright non la prese bene, ci raccont Barack,
ma parve comprendere la posta in gioco, e questo
lasciava sperare che ci avrebbe sostenuto senza indugiare sulla
sua delusione.
Quella mattina mi resi conto che avevamo raggiunto il
punto di non ritorno. Stavamo letteralmente per mettere la
nostra famiglia di fronte al popolo americano. La giornata
doveva essere una gigantesca festa inaugurale della campagna
e tutti la stavano preparando da settimane. E io, come
ogni ospite paranoico, non riuscivo a scrollarmi di dosso la
paura che, al momento buono, non si presentasse nessuno.
Al contrario di Barack, non ero immune dai dubbi. Avevo
ancora le stesse preoccupazioni della mia infanzia. E se non
eravamo bravi abbastanza? Forse tutto quello che ci avevano
detto era un'esagerazione. Forse Barack era meno popolare
di quanto credessero i suoi collaboratori. Forse, semplicemente,
non era ancora il suo momento. Cercai di fare piazza
pulita dei miei dubbi mentre raggiungevamo, attraverso
un'entrata laterale, una sala all'interno del vecchio Campidoglio,
senza vista sull'esterno. Per avere notizie dallo staff,
lasciai le bambine con mia madre e Kaye Wilson - Marna
Kaye -, gi mntore di Barack e, negli ultimi anni, una specie
di seconda nonna per le nostre figlie.
C'era molta gente, mi dissero. I primi erano arrivati all'alba.
Il programma prevedeva che Barack uscisse per primo,
mentre io e le bambine l'avremmo raggiunto sulla piattaforma
pochi momenti dopo, salendo alcuni gradini prima di
voltarci a salutare la folla. Avevo gi messo in chiaro che non
saremmo rimaste sul palco per tutti i venticinque minuti del
suo discorso. Era troppo chiedere a due bambine piccole di
stare sedute in silenzio per tutto quel tempo e fingere di essere
interessate a quello che il padre stava dicendo. Se avessero
avuto l'aria troppo annoiata, se una si fosse messa a
starnutire o avesse cominciato a dimenarsi sulla sedia, non
sarebbero state utili alla causa di Barack, anzi. Lo stesso valeva
per me. Conoscevo lo stereotipo che avrei dovuto incarnare,
la moglie bambola, tutta in tiro, che guarda il marito
con il sorriso dipinto sulle labbra e gli occhi spalancati come
se pendesse dalle sue labbra. Io non ero cos e non lo sarei
mai stata. L'avrei sostenuto, ma non potevo essere un robot.
Dopo la riunione preliminare ed un momento di preghiera
con il reverendo Wright, Barack finalmente usc a salutare il
pubblico. Fu accolto da un boato che udii da dentro il Campidoglio.
Tornai indietro a cercare Sasha e Malia, mentre cominciavo
a essere davvero nervosa. Bambine, siete pronte?
chiesi.
Mamma, ho caldo, disse Sasha strappandosi il cappellino
rosa.
Tesoro, devi tenerlo. Fuori fa molto freddo, dissi.
Ma noi non siamo fuori, ribatt. Ecco Sasha, la nostra
piccola e paffuta bocca della verit. Non potevo contestare
la sua logica. Lanciai invece un'occhiata ad una delle ragazze
dello staff, sicuramente troppo giovane per avere gi bambini,
cercando di telegrafarle un messaggio: Per l'amor di Dio,
se non cominciamo adesso, queste due non le teniamo pi.
Lei annu misericordiosamente e ci spinse verso l'uscita.
Era giunto il momento.
Avevo assistito ormai a un buon numero di eventi politici
con Barack protagonista e l'avevo visto molte volte all'opera
con grandi gruppi di elettori. Ero stata a inaugurazioni di
campagne, raccolte di fondi e feste dopo l'elezione. Avevo
individuato tra il pubblico vecchi amici e sostenitori di lunga
data. Ma Springfield fu qualcosa di completamente diverso.
Il nervosismo mi abbandon nel momento in cui salii sul
palco. Ero concentrata solo su Sasha per assicurarmi che sorridesse
e non inciampasse negli stivali. Su la testa, tesoro,
le dissi tenendola per mano. Sorridi! Malia era gi fuori,
davanti a noi, con il mento in alto e un gigantesco sorriso
mentre si avvicinava a suo padre e salutava. Fu solo quando
salimmo tutti i gradini che riuscii finalmente a rendermi conto
del pubblico, o almeno provai a farlo. La folla era immensa.
Pi di quindicimila persone, come avremmo appreso pi
tardi. Formavano una panoramica a trecento gradi che partiva
dal Campidoglio e ci avvolgeva di entusiasmo.
Non ero mai stata il tipo che sceglieva di passare il sabato
a un raduno politico. Non avevo mai capito che gusto ci fosse
a stare in piedi in una palestra o nell'auditorium di una scuola
ad ascoltare nobili promesse e banalit. Perch, mi chiesi,
tutta questa gente  qui? Perch uno dovrebbe infilarsi un
paio di calze in pi e starsene per ore al freddo? Potevo capire
chi si infagotta per ascoltare una band di cui conosce a
memoria ogni canzone o chi si sorbisce un Super Bowl sotto
la neve per vedere la squadra che tifa sin dall'infanzia. Ma la
politica? Non avevo mai fatto un'esperienza simile.
Cominciai a rendermi conto che la band eravamo noi. La
squadra che stava per entrare in campo. La cosa che percepii
pi di ogni altra fu un improvviso senso di responsabilit.
Dovevamo qualcosa a ognuna di quelle persone. Stavamo
chiedendo loro un investimento in fiducia e ora noi dovevamo
essere all'altezza di quello che ci avevano donato, portando
con noi quell'entusiasmo per venti mesi e cinquanta
Stati, fino alla Casa Bianca. Non avevo creduto che fosse possibile,
ma in quel momento s, ci credetti. Era la collaborazione
reciproca, che  la base della democrazia, mi resi
conto, un contratto stipulato da persona a persona. Voi ci siete
per noi e noi ci saremo per voi. Avevo quindicimila ragioni in
pi perch Barack vincesse.
Adesso il mio impegno era totale. Tutta la nostra famiglia
era impegnata, anche se con un po' di paura. Non riuscivo
ancora ad immaginare cosa ci aspettasse. Ma eccoci qui - qui
fuori - noi quattro in piedi di fronte alla folla e alle telecamere,
nudi, a parte i cappotti e un cappello rosa un po' troppo
grande su una testolina.
Hillary Clinton era un'avversaria seria e formidabile. Sondaggio
dopo sondaggio si manteneva sempre in testa tra i votanti
potenziali alle primarie democratiche del Paese. Barack
restava dieci o venti punti percentuali indietro, ed Edwards
qualche punto dietro Barack. Gli elettori democratici conoscevano
i Clinton ed erano affamati di vittoria. Erano molti
meno quelli in grado di pronunciare il nome di mio marito.
Tutti noi - Barack, io e il nostro staff elettorale - sapevamo
molto prima che lui annunciasse la sua candidatura che, a
prescindere dalle sue doti politiche, un nero che di nome faceva
Barack Hussein Obama avrebbe avuto scarse speranze
di vittoria.
Incontravamo ostacoli anche in seno alla comunit nera.
Come me all'inizio, molti neri non riuscivano a convincersi
che mio marito avesse davvero la possibilit di vincere. Molti
non credevano che un nero avrebbe potuto imporsi in aree
in prevalenza bianche e questo significava che spesso preferivano
un candidato pi sicuro, la migliore seconda scelta.
Un aspetto della sfida che attendeva Barack era allontanare
gli elettori neri dalla tradizionale fedelt a Bill Clinton, che
aveva dimostrato un'inusuale facilit di rapporti con la comunit
afroamericana e, di conseguenza, poteva contare su
una solida base al suo interno. Gli elettori dovevano ancora
capire che Barack aveva gi costruito un buon rapporto con
elettori di ambienti diversi in tutto l'Illinois, incluse le aree
rurali bianche nella parte meridionale dello Stato. Aveva gi
dato prova di poter raggiungere tutte le fasce della popolazione,
ma molti dovevano ancora rendersene conto.
Barack sarebbe stato sottoposto a un esame minuzioso,
sarebbe sempre finito sotto la lente d'ingrandimento. Sapevamo
che, proprio perch era un candidato nero, non poteva
permettersi il minimo passo falso. Doveva fare tutto due volte
meglio. Per Barack, e per qualsiasi candidato che non si chiamasse
Clinton, l'unica possibilit di ottenere la nomination
era raccogliere molto denaro e iniziare a spenderlo in fretta,
nella speranza che un'ottima prestazione all'inizio delle primarie
imprimesse alla campagna lo slancio sufficiente a battere
la macchina dei Clinton.
Le nostre aspettative si concentravano sull'Iowa. Dovevamo
vincere l, altrimenti saremmo stati costretti ad abbandonare
il campo. L'Iowa  uno Stato in prevalenza rurale e con una
popolazione per oltre il 90 per cento bianca.  uno Stato curioso
da usare come indicatore della tendenza politica nazionale
e forse non era il posto pi ovvio, per un nero di
Chicago, dove testare le proprie possibilit, ma quella era la
realt dei fatti. L'Iowa era il primo Stato a votare per le primarie
sin dal 1972. I membri di entrambi i partiti lo facevano
in riunioni di circoscrizione - chiamate caucus - a met inverno,
e l'intera nazione prestava molta attenzione. Se facevi
bella figura a Des Moines e a Dubuque, la tua candidatura assumeva
automaticamente rilievo a Orlando e Los Angeles.
Sapevamo che un buon risultato in Iowa avrebbe inviato un messaggio
agli elettori neri dell'intera nazione: era giusto incominciare
a crederci. Essere un senatore del vicino Illinois dava
a Barack una certa notoriet e garantiva la sua familiarit con
le questioni pi generali dell'area; per questo David Plouffe
era convinto che in Iowa avevamo almeno un piccolo vantaggio,
e avremmo cercato di capitalizzarlo.
Questo significava che io sarei andata in Iowa quasi ogni
settimana, con voli United Airlines in partenza dall'aeroporto
Hare la mattina presto, per fare campagna in tre o quattro
luoghi diversi al giorno. Avevo detto subito a Plouffe che
ero felice di fare la mia parte, ma dovevano assolutamente
farmi tornare a Chicago in orario per mettere a letto le bambine.
Mia madre aveva accettato di ridurre le sue ore al lavoro
per stare di pi con loro quando io ero in viaggio. Anche
Barack avrebbe trascorso un sacco di tempo in Iowa, sebbene
raramente ci saremmo fatti vedere l - o da qualsiasi altra
parte - insieme. Adesso io ero la controfigura del candidato,
quella che prendeva il suo posto e incontrava gli elettori in
un centro comunitario a Iowa City mentre lui teneva un comizio
a Cedar Falls o raccoglieva fondi a New York. Solo
quando era davvero indispensabile lo staff della campagna
ci avrebbe riuniti insieme nella stessa stanza.
Barack viaggiava con uno sciame di assistenti molto solleciti,
e anche a me destinarono fondi per assumere due collaboratori.
Visto che avevo in programma di partecipare alla
campagna solo due o tre giorni alla settimana, mi sembravano
pi che sufficienti. Non avevo idea del tipo di supporto
che mi serviva. Melissa Winter, la prima persona che assunsi
e che sarebbe diventata in sguito il capo del mio staff, era
stata raccomandata da chi si occupava dell'agenda di Barack.
Aveva lavorato nell'ufficio del senatore Joe Lieberman a
Washington e aveva collaborato alla sua campagna per la vicepresidenza
nel 2000. Feci il colloquio a Melissa - bionda,
con gli occhiali, non ancora quarantenne - nel nostro salotto
a Chicago e fui impressionata dal suo umorismo irriverente
e dall'attenzione quasi ossessiva ai dettagli - cosa per me fondamentale,
dal momento che cercavo di infilare la campagna
nell'agenda gi piena dell'ospedale. Era acuta, superefficiente
e rapida. Frequentava la politica da abbastanza tempo per
non farsi turbare dalla sua potenza e dai suoi ritmi. Melissa
aveva solo qualche anno meno di me e la sentivo pi vicina
rispetto ai collaboratori molto pi giovani che avevo incontrato
fino a quel momento, una specie di alleata. Sarebbe diventata
la persona a cui avrei affidato - ed  ancora cos -
ogni aspetto della mia vita.
Katie McCormick Lelyveld complet il nostro trio salendo
a bordo come direttore della comunicazione. Sebbene non
avesse ancora compiuto trent'anni, aveva gi lavorato in una
campagna presidenziale ed anche per Hillary Clinton quando
era first lady, circostanza che rendeva la sua esperienza doppiamente
rilevante. Minuta, briosa e sempre vestita in maniera
impeccabile, Katie aveva il compito di discutere con i
giornalisti e le troupe televisive, assicurandosi che tutte le nostre
manifestazioni fossero ben coperte ed anche - grazie alla
valigetta di pelle in cui teneva sempre smacchiatore, mentine,
un kit per il cucito e alcune confezioni di calze di nylon - che
la mia immagine non risentisse troppo del tour de force tra
aeroplani e comizi.
Negli anni avevo visto al telegiornale diversi candidati alla
presidenza durante il loro tour nell'Iowa. Interrompevano
goffamente modesti cittadini mentre bevevano il caff al bancone
di un diner, uno dei tanti ristoranti popolari, o posavano
con l'aria da tonti accanto a una mucca di burro a grandezza
naturale o mangiavano spiedini alla fiera dello Stato. Non riuscivo
a distinguere, per, cosa fosse importante per gli elettori
e cosa puro e semplice esibizionismo.
I consiglieri di Barack nel mio caso avevano cercato di smitizzare
l'Iowa spiegandomi che il mio compito consisteva principalmente
nel passare del tempo con i democratici di ogni
angolo dello Stato, parlando a gruppi ristretti di persone, motivando
i volontari e sforzandomi di guadagnare la fiducia dei
leader delle comunit. I cittadini dell'Iowa, dissero, prendevano
molto sul serio il loro ruolo di indicatori di tendenza politica.
Si preparavano a casa sui candidati e facevano domande
serie. Abituati com'erano a mesi di sollecito corteggiamento,
non si sarebbero fatti conquistare da un sorriso o da una stretta
di mano. Molti avrebbero atteso per mesi, mi raccontarono,
un incontro faccia a faccia con ogni singolo candidato, prima
di decidere per chi votare. Non mi dissero, per, quale messaggio
avrei dovuto comunicare. Non ricevetti alcun copione,
nessun elenco di argomenti, nessun consiglio. Immaginai che
avrei dovuto pensarci per conto mio.
Il mio primo assolo della campagna elettorale ebbe luogo
all'inizio di aprile in una modesta abitazione di Des Moines.
In salotto si erano radunate alcune decine di persone, sedute
su divani e sedie pieghevoli portate l per l'occasione, mentre
altre si erano accomodate a gambe incrociate sul pavimento.
Quando scrutai la stanza, in attesa di parlare, quello che vidi
non avrebbe dovuto stupirmi, invece ci riusc, almeno in parte.
Sui tavolini c'erano gli stessi centrini a uncinetto che aveva
in casa anche mia nonna Shields. Notai alcune statuine di
porcellana che sembravano proprio quelle che Robbie teneva
sugli scaffali del soggiorno in Euclid Avenue. Un uomo in
prima fila mi sorrideva calorosamente. Mi trovavo nell'Iowa,
ma avevo la netta sensazione di essere a casa mia. I cittadini
dell'Iowa, stavo rendendomene conto, erano come gli
Shields e i Robinson. Non potevano soffrire gli stupidi, non
si fidavano della gente che si dava delle arie. Sentivano l'odore
di un ciarlatano a un chilometro di distanza.
Capii che il mio compito era di essere me stessa, di parlare
sinceramente. E lo feci.
Lasciate che vi dica qualcosa di me. Sono Michelle Obama,
cresciuta nel South Side di Chicago, in un piccolo appartamento di
una casa che assomiglia molto a questa. Mio padre era un operaio
del Comune, addetto alle pompe dell'acqua. Mia madre stava a
casa per crescere me e mio fratello.
Parlai di tutto: di mio fratello e dei valori con cui ci avevano
cresciuto, di questo avvocato di successo che avevo conosciuto
allo studio, il tizio che aveva conquistato il mio cuore
con la sua solidit e la sua visione del mondo, l'uomo che
quella mattina aveva lasciato in giro per casa le calze e che a
volte russava nel sonno. Raccontai che avevo conservato il
mio lavoro all'ospedale, che quel giorno mia madre sarebbe
andata a prendere le bambine a scuola.
Non addolcii quello che pensavo della politica. Il mondo
politico non era un posto per brava gente, dissi, e spiegai come
ero stata combattuta sulla candidatura di Barack, preoccupata
per le conseguenze che la luce dei riflettori avrebbe
potuto avere sulla nostra famiglia. Ma adesso mi trovavo l di
fronte a loro perch credevo in mio marito e in quello che
poteva fare. Sapevo quanto studiava e come rifletteva a fondo
sulle questioni. Dissi che era esattamente il genere di presidente
onesto che avrei scelto per questa nazione, anche se,
egoisticamente, in tutti quegli anni, avrei preferito averlo pi
vicino a casa.
Con il passare delle settimane avrei raccontato la stessa storia
- a Davenport, Cedar Rapids, Council Bluffs; a Sioux City,
Marshalltown, Muscarine - in librerie, sedi di sindacati, in
una casa di riposo per militari e, quando il tempo divent
pi mite, sulle verande e nei parchi pubblici. Pi raccontavo
la mia storia pi trovavo la mia voce. Mi piaceva, la mia storia.
Ero a mio agio nel raccontarla. E la raccontavo a gente che,
nonostante il diverso colore della pelle, mi ricordava la mia
famiglia: impiegati delle poste che avevano grandi sogni proprio
come Dandy; insegnanti di piano con la vocazione civica,
come Robbie; madri casalinghe attive nelle associazioni
genitori-insegnanti, come la mia; operai che avrebbero fatto
qualsiasi cosa per le loro famiglie, proprio come mio padre.
Non avevo bisogno di esercitarmi o ricorrere agli appunti.
Dicevo solo quello che provavo dentro di me.
Nel frattempo, i giornalisti e persino alcuni conoscenti cominciarono
a farmi la stessa domanda, in forme diverse: che
effetto faceva essere una donna nera alta un metro e ottanta,
laureata in universit della Ivy League, e parlare dentro stanze
gremite di abitanti dell'Iowa in maggioranza bianchi? Era
molto strano?
Questa domanda non mi  mai piaciuta. Era accompagnata
da un mezzo sorriso imbarazzato e quell'inflessione da
non-prenderla-nel-modo-sbagliato che quasi tutti, specialmente
i bianchi, assumono quando affrontano l'argomento
razziale. Era un'idea che, lo sentivo, faceva torto a tutti,
presupponendo che chiunque si fermasse a vedere solo le
differenze.
Mi arrabbiavo soprattutto perch la domanda era in totale
antitesi con quello che stavo vivendo io e anche le persone
che incontravo: l'uomo con il logo di una pannocchia sul taschino,
lo studente del college con il pullover nero e oro, la
pensionata che aveva portato una vaschetta colma di biscotti
di zucchero glassati con un sole nascente, il logo della nostra
campagna elettorale. Questa gente veniva da me dopo i miei
discorsi, desiderosa di parlare delle cose che avevamo in comune,
di dirmi che anche il loro padre aveva vissuto con la
sclerosi multipla o che avevano nonni proprio come i miei.
Molti dicevano che non si erano mai interessati di politica
prima, ma qualcosa della nostra campagna li aveva convinti
che valeva la pena farlo. Avevano intenzione di collaborare
come volontari all'ufficio locale e stavano persuadendo la
moglie o un vicino a fare altrettanto.
Erano rapporti naturali, genuini. Mi ritrovai ad abbracciare
d'istinto quelle persone ed a essere a mia volta abbracciata
da loro.
Fu pi o meno in quel periodo che portai Malia dal nostro
pediatra per una visita generale. Lo facevamo al massimo
ogni sei mesi per monitorare l'asma di cui soffriva sin da
bambina. L'asma era sotto controllo, ma il dottore mi avvert
che c'era dell'altro: l'indice di massa corporea di Malia, una
misura dello stato di salute basata sul rapporto altezza/peso/et,
cominciava ad aumentare. La situazione non era critica,
disse, ma la tendenza era da prendere sul serio. Se non
avessimo cambiato alcune abitudini, col tempo avrebbe potuto
trasformarsi in un problema, moltiplicando il rischio di
ipertensione e diabete di tipo 2. Vedendo la mia espressione
preoccupata, mi assicur che il problema era diffuso e risolvibile.
La percentuale dei bambini affetti da obesit era in
crescita in tutto il Paese. Si era imbattuto in molti casi di questo
genere anche nel suo studio, frequentato in gran parte
da afroamericani della working class.
La notizia mi colp come un fulmine a ciel sereno. Mi ero
impegnata cos tanto perch le mie figlie fossero felici e sane.
Che cosa avevo fatto di sbagliato? Che genere di madre ero
se non avevo nemmeno notato il cambiamento?
Parlando con il dottore, cominciai a capire il modello che
avevamo adottato. Con Barack sempre assente, la comodit
era diventata il fattore pi importante nelle mie scelte casalinghe.
Mangiavamo pi spesso fuori. Con meno tempo per
cucinare, mi fermavo di frequente a un take away mentre tornavo
a casa dal lavoro. Preparavo alle bambine il cestino del
pranzo con snack e cibi pronti e succhi concentrati. I fine
settimana includevano solitamente un passaggio da McDonald's
dopo danza e prima del calcio. Nessuna di queste cose,
disse il nostro medico, presa di per s era fuori dall'ordinario.
Il problema nasceva se si esagerava.
Era chiaro, bisognava cambiare qualcosa, ma non avevo idea
di come fare. Ogni soluzione richiedeva pi tempo - tempo
per fare la spesa, tempo per cucinare, tempo per tagliare le
verdure o togliere la pelle dal petto di pollo - proprio quando,
nel mio mondo, il tempo sembrava gi a rischio di estinzione.
Poi mi ricordai della conversazione di alcune settimane
prima con una vecchia amica in cui mi ero imbattuta in aereo.
Lei e il marito avevano assunto un giovane di nome Sam
Kass per cucinare regolarmente pasti sani a casa loro. Per caso,
salt fuori che Barack e io avevamo conosciuto Sam anni
prima attraverso un altro gruppo di amici.
Non mi sarei mai aspettata di essere il tipo di persona che
assume qualcuno che venga in casa a preparare i pasti per la
famiglia. Faceva un po' arrivista, il genere di comportamento
che avrebbe suscitato occhiate scettiche da parte dei miei parenti
del South Side. Nemmeno Barack, quello della Datsun
col buco sul fondo, era entusiasta dell'idea; non si addiceva
n alla sua inveterata frugalit da coordinatore di comunit
n all'immagine che voleva promuovere di s come candidato
alla presidenza. A me, per, sembrava l'unica scelta salutare.
A qualcosa bisognava rinunciare. Nessun altro poteva
dirigere i miei programmi all'ospedale. Nessun'altra poteva
fare campagna elettorale come moglie di Barack Obama.
Nessun'altra poteva sostituirmi come madre di Malia e Sasha
al momento di metterle a letto per la notte. Ma forse Sam
Kass poteva cucinare per noi.
Assunsi Sam perch venisse a casa nostra un paio di volte
alla settimana a cucinare un pasto per quella sera e un altro
da mettere in frigorifero per riscaldarlo la sera dopo. Era un
po' un estraneo in casa Obama - bianco, ventiseienne, la testa
rasata e lucente ed una perenne barba da tardo pomeriggio -
ma le bambine apprezzarono subito sia la sua cucina
sia le sue battute facili. A volte veniva nei fine settimana per
portarle a fare la spesa ai mercati dei contadini. Mostr loro
come tagliare le carote e sbollentare le verdure verdi. Sam 
un tipo tranquillo e alla buona che ci ha allontanato per sempre
dalla fluorescente monotonia dei minimarket e ci ha abituato
al ritmo delle stagioni. Salutava con venerazione
l'arrivo dei piselli freschi in primavera e il momento in cui
maturano i lamponi a giugno. Aspettava che le pesche fossero
morbide e succose prima di darle alle bambine, sapendo
che cos potevano competere davvero con le caramelle. Sam
conosceva bene il cibo e i suoi effetti sull'organismo; in particolare,
sapeva benissimo che, in nome della comodit,
l'industria alimentare vende con successo alle famiglie i cibi
pronti per il consumo, e che questo ha gravi ripercussioni
sulla salute pubblica. Era una questione che mi appassionava,
perch mi rendevo conto che era connessa ad alcune realt
con cui ero venuta in contatto nel sistema ospedaliero, e ai
compromessi a cui anch'io ero scesa, come madre lavoratrice
alle prese con la necessit di nutrire la famiglia.
Una sera Sam e io passammo un paio d'ore a parlare in
cucina, scambiandoci idee su come, se Barack fosse mai riuscito
a vincere le elezioni, io avrei potuto sfruttare il mio ruolo
di first lady per affrontare alcuni di quei problemi. Da
un'idea ne nasceva subito un'altra. E se avessimo coltivato
verdure alla Casa Bianca e contribuito a sostenere il consumo
di cibi freschi? E se poi avessimo usato questa iniziativa come
base di partenza per qualcosa di pi grande, un progetto per
la salute dell'infanzia in grado di aiutare i genitori a evitare
alcuni dei tranelli in cui anch'io ero caduta?
Continuammo a parlare fino a tardi. Guardai Sam e sospirai.
L'unico problema  che il nostro uomo  indietro di
trenta punti nei sondaggi, dissi mentre scoppiavamo a ridere
entrambi. Non vincer mai.
Era un sogno, ma mi piaceva.
Quando si trattava di fare campagna elettorale, ogni giorno
era una nuova gara, specialmente ora che viaggiavo in altri
Stati oltre all'Iowa. Cercavo sempre di aggrapparmi a una
sorta di normalit e stabilit, non solo nell'interesse delle
bambine, ma anche nel mio. Mi portavo appresso due Blackberry,
uno per il lavoro e uno per le chiamate personali e gli
impegni politici, che ora, nel bene e nel male, si intrecciavano.
Le mie telefonate giornaliere con Barack tendevano a essere
brevi e fattuali. Dove sei ora? Come va? Come stanno le
bambine? Eravamo entrambi abituati a non parlare della fatica
e delle nostre esigenze personali. Sarebbe stato inutile, perch
comunque non avremmo potuto occuparcene. La vita
era una corsa contro il tempo.
Al lavoro, facevo il possibile per tenere il passo. A volte facevo
riunioni telefoniche con i miei collaboratori dell'ospedale
dal sedile posteriore di una Toyota Corolla, di propriet
di uno studente di Antropologia che collaborava alla campagna
come volontario a Iowa City, o da un angolo tranquillo
di un McDonald's a Plymouth, in New Hampshire. Parecchi
mesi dopo l'annuncio di Barack a Springfield, e con il sostegno
dei miei colleghi, avevo deciso di lavorare part-time,
consapevole che era l'unico modo per continuare. In giro
insieme due o tre giorni la settimana, io, Melissa e Katie eravamo
ormai una famiglia efficiente. Ci incontravamo all'aeroporto
la mattina e passavamo sgomitando il controllo di
sicurezza, dove le guardie sapevano tutte il mio nome. Adesso
venivo riconosciuta pi spesso, soprattutto dalle afroamericane
che superavo mentre mi dirigevo verso il gate e che
chiamavano: Michelle! Michelle!.
Qualcosa stava cambiando, in modo talmente graduale
che in un primo momento era difficile rendersene conto. A
volte avevo la sensazione di fluttuare in uno strano universo,
salutando estranei che si comportavano come se mi conoscessero,
salendo su aerei che mi portavano fuori dal mio
mondo normale. Cominciavo a diventare conosciuta. Ed ero
conosciuta perch ero la moglie di qualcuno e perch ero
impegnata in politica, cosa che moltiplicava per due e per
tre la stranezza.
Incontrare i sostenitori durante le manifestazioni elettorali
era come tentare di restare dritti nel bel mezzo di un uragano:
sconosciuti ben intenzionati ed entusiasti cercavano di
prendermi le mani e toccarmi i capelli, altri mi porgevano
inaspettatamente penne, macchine fotografiche e bambini
in fasce. Io sorridevo, stringevo mani e ascoltavo le loro storie
senza smettere di avanzare verso altre mani e altri volti. Alla
fine mi ritrovavo con il rossetto di altre donne sulle guance
ed impronte di mani sulla camicetta: sembravo appena uscita
da una galleria del vento.
Avevo poco tempo per pensarci, ma ero piuttosto preoccupata
che mentre cresceva la mia visibilit come moglie di
Barack Obama le altre parti di me svanissero. Quando parlavo
con i giornalisti, raramente mi chiedevano del mio lavoro.
Inserivano l'informazione ha studiato ad Harvard quando
descrivevano la mia persona, ma in genere si fermavano l.
Erano usciti un paio di articoli che insinuavano che avessi ottenuto
la promozione all'ospedale non per aver lavorato sodo
ma per la crescente statura politica di mio marito, e fu
doloroso leggerlo. In aprile, un giorno Melissa mi telefon
a casa per mettermi al corrente di un articolo stizzoso di
Maureen Dowd uscito sul New York Times. L'articolo mi
definiva principessa di Chicago Sud e suggeriva che io stessi
svirilizzando Barack quando dicevo in pubblico che non
raccoglieva i suoi calzini o non rimetteva il burro nel frigorifero.
Per me, era sempre stato importante che la gente vedesse
Barack come un essere umano e non un salvatore
distaccato dal mondo terreno. Maureen Dowd, evidentemente,
avrebbe preferito che io mi dotassi di sorriso dipinto e
sguardo adorante. Trovai strano e triste che una critica tanto
aspra giungesse da un'altra professionista, una donna che
non si era presa il disturbo di sapere chi fossi ma ora cercava
di scrivere la mia storia nel modo pi cinico possibile.
Mi sforzavo di non prenderla sul personale, ma a volte era
diffcile.
Pi crescevano le manifestazioni elettorali, gli articoli pubblicati,
i segni che forse stavamo guadagnando terreno, pi
eravamo esposti e soggetti ad attacchi. Attorno a Barack turbinavano
le dicerie pi folli. Che era stato istruito in una madrasa
di musulmani radicali e al momento di entrare in
Senato aveva giurato sul Corano. Che aveva rifiutato di recitare
il giuramento di fedelt alla bandiera. Che non metteva
la mano sul cuore durante l'inno nazionale. Che un suo amico
intimo era stato un terrorista negli anni Settanta. La falsit
di quelle notizie veniva smascherata quotidianamente da fonti
d'informazione rispettabili ma le voci continuavano a diffondersi
attraverso catene anonime di e-mail, inoltrate non
solo dai complottisti ma anche da zii, colleghi e vicini incapaci
di scindere i fatti dalle invenzioni della Rete.
La sicurezza di Barack era un argomento che non volevo
considerare, n tanto meno discutere. Molti di noi erano cresciuti
con le notizie di omicidi politici al telegiornale della
sera. I Kennedy erano stati uccisi. Martin Luther King era stato
ucciso. Avevano sparato a Ronald Reagan. John Lennon
era stato ucciso. Se uno attira troppa attenzione, un margine
di rischio c' sempre. D'altra parte, Barack era nero. Il rischio,
per lui, non era una novit. Potrebbero sparargli anche
solo mentre sta andando al distributore, ricordavo a
volte alle persone quando sollevavano l'argomento.
A partire da maggio, a Barack fu assegnata la protezione
dei Servizi segreti. A nessun candidato alla presidenza era
mai successo tanto presto, ben un anno e mezzo prima delle
elezioni, una misura che la diceva lunga sulla natura e la gravit
delle minacce che aveva ricevuto. Ora viaggiava su SUV
neri e lucidi forniti dal governo ed era seguito da una squadra
di uomini e donne in completo scuro, armati e con l'auricolare.
A casa un agente di guardia sostava sulla nostra
veranda.
Per quanto mi riguarda, raramente mi sentivo in pericolo.
Continuavo a viaggiare attirando folle sempre pi grandi. Se
prima incontravo una ventina di persone alla volta in case private,
ora parlavo a centinaia di elettori nella palestra di una
scuola. Lo staff dell'Iowa riferiva che i miei discorsi fruttavano
promesse di sostegno (misurate in cartoline di sostegno firmate
che venivano raccolte e contate meticolosamente). A un
certo punto, per il modo in cui contribuivo a convincere la
gente iniziarono a paragonarmi ai giocatori che risolvono la
partita all'ultimo minuto.
Ogni giorno insegnava qualcosa di nuovo su come muoversi
con efficienza, come non rallentare il passo per via di una
malattia o di un contrattempo qualsiasi. Dopo che mi avevano
servito del cibo discutibile in diner altrimenti incantevoli, imparai
ad apprezzare l'insapore certezza di un cheeseburger
da McDonald's. Nei viaggi in auto sulle strade accidentate
tra una cittadina e l'altra imparai a proteggere i miei abiti
dalle macchie scegliendo snack che si sarebbero sbriciolati
invece di colare: sapevo che non avrei potuto farmi fotografare
con una macchia di hummus sul vestito. Mi allenai a bere
il meno possibile perch sapevo che per strada raramente
c'era tempo per una sosta in bagno. Imparai a dormire facendomi
cullare dal rumore dei camion che dopo mezzanotte
si lanciavano sull'interstatale dell'Iowa e (accadde in un
hotel dalle pareti particolarmente sottili) a ignorare una coppia
felice che si godeva la prima notte di nozze nella stanza
accanto.
Per quanto a volte mi sentissi sottosopra, quel primo anno
di campagna elettorale  ricco di bei ricordi e risate. Portavo
Malia e Sasha con me pi spesso che potevo. Le bambine
mettevano allegria. Erano viaggiatrici intrepide e si divertivano.
In un giorno molto pieno, in un piccolo luna park in
New Hampshire, mi allontanai per stringere mani e parlare
con gli elettori, lasciando le bambine con un collaboratore
perch le accompagnasse a vedere i baracconi e le attrazioni
prima di ritrovarci e farci fotografare per una rivista. Pi o
meno un'ora dopo vidi Sasha e fui presa dal panico. Le guance,
il naso e la fronte erano state dipinte meticolosamente di
bianco e nero. Era stata trasformata in un panda ed era tutta
euforica. Pensai istantaneamente al fotografo della rivista che
ci stava aspettando, al programma della giornata che rischiava
di saltare. Ma poi guardai di nuovo la sua faccina da panda
e sospirai. Mia figlia era carina e felice: quello che dovevo fare
era soltanto ridere e trovare il bagno pi vicino per toglierle
il trucco.
Di tanto in tanto viaggiavamo tutti e quattro insieme, la famiglia
al completo. Nell'Iowa, gli organizzatori della campagna
noleggiarono per alcuni giorni un camper per un tour
di comizi nelle citt pi piccole: tra una sosta e l'altra ci dedicavamo
ad accese partite di Uno. In agosto, trascorremmo
un pomeriggio alla Fiera dell'Iowa andando sugli autoscontri
e sparando con le pistole ad acqua per vincere animali di peluche
mentre i fotografi sgomitavano per prendere posto,
puntandoci i loro obiettivi in faccia. Il vero divertimento inizi
quando Barack part per la destinazione successiva e mi
lasci da sola con le bambine, libere dal tornado di stampa,
sicurezza e personale che adesso lo seguiva sconvolgendo tutto
quello che incontrava. Quando se ne fu andato noi ci facemmo
un giro per conto nostro lungo il viale centrale, ci
infilammo in sacchi di tela e ci lanciammo a tutta velocit da
un gigantesco scivolo giallo, con l'aria che ci fischiava nelle
orecchie durante la discesa.
Una settimana dopo l'altra tornavo nell'Iowa. Dal finestrino
dell'aereo osservavo l'ultima neve ritirarsi dai campi, la
terra diventare pian piano sempre pi verde e la soia e il
granturco crescere in file tirate col righello. Mi piaceva l'ordine
geometrico di quei campi, le macchie di colore che si
rivelavano essere granai, le autostrade piatte della contea che
correvano incontro all'orizzonte. Ero giunta ad amare quello
Stato anche se, nonostante il nostro gran lavoro, tutto lasciava
pensare che l non avremmo vinto.
Per pi della met dell'anno, Barack e la sua squadra elettorale
avevano riversato risorse nell'Iowa, ma secondo la
maggior parte dei sondaggi era sempre al secondo o terzo
posto, dietro a Hillary Clinton e John Edwards. Le distanze
erano ravvicinate, ma Barack restava in svantaggio. A livello
nazionale il quadro appariva peggiore: Barack inseguiva Hillary
a quindici o venti punti pieni di distanza, un dato di fatto
che mi investiva ogni volta che passavo accanto a un televisore
che trasmetteva le notizie all'aeroporto o durante le soste
nei ristoranti tra un evento elettorale e l'altro.
Mesi prima ero arrivata ad essere talmente stufa dell'incessante
telecronaca da imbonitori di fiera di CNN, MSNBC e Fox
News che avevo messo sulla lista nera quei canali e la sera, a
casa, mi sottoponevo a una dieta pi rinforzante di reality su
E! e HGTV. Alla fine di una giornata piena, non c' niente di
meglio che guardare una giovane coppia trovare la casa dei
sogni a Nashville o una sposa alla ricerca dell'abito perfetto.
Sinceramente, non credevo agli opinionisti e non ero sicura
nemmeno dei sondaggi. In cuor mio, ero convinta che
dovevano sbagliarsi. Il clima che descrivevano dall'interno
dei loro asettici studi cittadini non era quello che sperimentavo
io nelle sale parrocchiali e nei centri ricreativi dell'Iowa.
Gli esperti non incontravano gruppi di Barack Stars delle
superiori che lavoravano come volontari alla campagna dopo
gli allenamenti di football o le prove del club teatrale. Non
tenevano la mano di una nonna bianca che immaginava un
futuro migliore per i suoi nipoti di razza mista. N sembravano
rendersi conto di quanto stesse crescendo la nostra organizzazione
sul campo. Stavamo costruendo una gigantesca
rete di base a sostegno della campagna - eravamo arrivati a
duecento persone in trentasette uffici -, la pi grande nella
storia dei caucus dell'Iowa.
Dalla nostra parte avevamo i giovani. La nostra organizzazione
era alimentata dall'idealismo di ragazzi dai ventidue ai
venticinque anni che avevano lasciato tutto e si erano diretti
nell'Iowa per partecipare alla campagna. Ognuno di loro aveva
la stessa mutazione genetica che molti anni prima aveva
spinto Barack ad accettare il lavoro di coordinatore di comunit
a Chicago. Possedevano uno spirito e una capacit che i
sondaggi non avevano ancora rilevato. Lo sentivo ogni volta
che visitavo un ufficio: era lo slancio di speranza che nasceva
dall'incontro con chi ci credeva davvero, al punto di passare
quattro o cinque ore ogni sera a bussare alle porte delle case
ed esortare gli elettori, a tessere reti di sostenitori persino nei
luoghi pi piccoli e conservatori, mentre nel frattempo imparavano
a memoria i dettagli pi minuti della posizione di mio
marito sull'allevamento intensivo dei maiali o il suo programma
per mettere ordine nel sistema dell'immigrazione.
Per me, i giovani che dirigevano i nostri uffici sul campo
rappresentavano la promessa della futura generazione di leader.
Non erano cinici, e ora erano galvanizzati e uniti. Collegavano
pi direttamente gli elettori alla loro democrazia, sia
attraverso gli uffici sul territorio sia mediante un sito web tramite
il quale potevano organizzare i loro incontri e la loro
propaganda telefonica. Barack diceva spesso che la posta in
palio andava al di l della vittoria elettorale. Era la possibilit
di rendere migliore la politica futura: meno condizionata dal
denaro, pi accessibile ed in fondo pi capace di dare speranza.
Anche se non avessimo vinto, stavamo comunque facendo
importanti progressi. In un modo o nell'altro il loro lavoro
avrebbe contato.
Mentre il clima volgeva di nuovo al freddo, Barack si rese
conto che, di base, l'ultima chance a sua disposizione per
cambiare marcia in Iowa sarebbe stata un'ottima prestazione
alla cena Jefferson-Jackson, un rituale democratico che si teneva
tutti gli anni in ciascuno Stato. In Iowa, negli anni elettorali,
aveva luogo all'inizio di novembre, circa otto
settimane prima dei caucus di gennaio, e riceveva una massiccia
copertura dei media. Il presupposto era che ogni candidato
tenesse un discorso - senza appunti e senza gobbo -
e cercasse anche di portarsi dietro il maggior numero possibile
di sostenitori.
I commentatori delle reti televisive avevano dubitato per
mesi che i cittadini dell'Iowa si sarebbero schierati per Barack
al momento dei caucus, lasciando intendere che, per
quanto fosse un candidato dinamico e fuori dal comune,
non sarebbe comunque riuscito a convertire l'entusiasmo in
voti. La folla alla cena Jefferson-jackson fu la nostra risposta.
Arrivarono pi di tremila sostenitori provenienti da ogni parte
dello Stato, dimostrando che eravamo organizzati e attivi,
molto pi forti di quanto si potesse pensare.
Sulla scena, quella sera, John Edwards punzecchi Hillary
Clinton, alludendo all'importanza di essere sinceri e affidabili.
Sogghignando, Joe Biden riconobbe l'impressionante e rumorosa
affluenza dei sostenitori di Obama con un sardonico
Ciao, Chicago!. Anche Hillary, alle prese con un brutto raffreddore,
sfrutt l'opportunit per attaccare Obama.
Cambiamento  solo una parola, disse, se non si hanno la forza
e l'esperienza per far s che le cose cambino davvero.
Barack fu l'ultimo a parlare quella sera e difese con ardore
il suo messaggio essenziale: il nostro Paese era arrivato a un
momento decisivo, aveva l'opportunit di superare non solo
le paure ed i fallimenti dell'ra Bush, ma la polarizzazione in
cui la politica era caduta da molto tempo, incluso il periodo
della presidenza Clinton. Non voglio passare il prossimo anno
od i prossimi quattro anni a combattere di nuovo le stesse
battaglie degli anni Novanta, disse. Non voglio mettere
una contro l'altra l'America rossa e l'America blu, voglio essere
il presidente degli Stati Uniti d'America.
L'auditorium esplose. Ero immensamente orgogliosa di
lui.
America, il nostro momento  ora, disse Barack. Il nostro
momento  ora.
La sua prestazione di quella sera diede alla campagna esattamente
ci di cui aveva bisogno, catapultando Barack avanti
nella corsa. And in testa in met dei sondaggi e la sua popolarit
cresceva con l'avvicinarsi dei caucus.
Nei giorni successivi a Natale, quando mancava appena una
settimana o poco pi alla fine della campagna nell'Iowa, met
South Side sembrava essersi trasferito nel gelo di Des Moines.
Arrivarono mia madre e Marna Kaye. Arrivarono mio fratello
e Kelly con i loro bambini. C'era anche Sam Kass. C'era Valerie,
che si era unita alla campagna sin dall'autunno in veste di
consigliere di Barack, insieme a Susan e alla mia banda di amiche
con mariti e figli. Mi commossi quando vennero a trovarci
alcuni colleghi dell'ospedale, amici dello studio Sidley &
Austin, professori di Legge che avevano insegnato con Barack.
Adeguandosi all'etica usa-ogni-momento-utile della campagna,
si impegnarono nell'ultimo sforzo: si misero a disposizione
di un ufficio, bussarono alle porte con una temperatura di
quindici gradi sotto zero, parlarono di Barack e ricordarono
a tutti il caucus imminente. Alla campagna giunsero altri rinforzi:
centinaia di persone si presentarono nell'Iowa da ogni
parte del Paese per partecipare alla settimana finale.
Dormivano in casa dei sostenitori locali e tutti i giorni si mettevano
in marcia per raggiungere anche le localit pi piccole lungo
le stradine pi nascoste.
Per quanto mi riguarda, non ero quasi mai a Des Moines,
perch presenziavo a cinque o sei manifestazioni al giorno,
avanti e indietro senza sosta per tutto lo Stato a bordo di un
furgoncino a noleggio con Melissa e Katie, accompagnate da
un gruppo sempre diverso di volontari. Barack faceva lo stesso
e cominciava ad avere la voce rauca.
Quali che fossero le distanze da percorrere, mi assicuravo
di essere di ritorno al nostro hotel, il Residence Inn di West
Des Moines, in tempo per mettere a letto Malia e Sasha alle
otto. Loro, naturalmente, non si accorgevano nemmeno della
mia assenza, circondate com'erano da cugini, amichette e baby-sitter,
impegnate tutto il giorno nei giochi nella camera d'albergo
e in escursioni in citt. Una sera, aprii la porta sperando
di lasciarmi cadere sul letto per riposare un momento in silenzio
e trovai la stanza cosparsa di utensili da cucina. C'erano
mattarelli sul copriletto, taglieri sporchi sui tavolini, forbici da
cucina sul pavimento. I paralumi e lo schermo del televisore
erano ricoperti di una leggera polvere di... Era farina?
Sam ci ha insegnato a fare la pasta! annunci Malia.
Abbiamo esagerato un po'.
Risi. Ero preoccupata di come le bambine avrebbero reagito
alla prima vacanza di Natale lontano dalla loro bisnonna
delle Hawaii. Ma, grazie al cielo, un pacco di farina a Des
Moines poteva essere un degno sostituto di un telo da spiaggia
a Waikiki.
Alcuni giorni dopo, un gioved, arrivarono i caucus. All'ora
di pranzo Barack e io andammo nell'area ristorazione di un
centro commerciale e pi tardi visitammo le varie sedi dei
caucus per salutare quanti pi elettori possibile. La sera raggiungemmo
un gruppo di amici e famigliari per cena e li ringraziammo
per il loro sostegno durante quei pazzi undici
mesi dall'annuncio di Barack a Springfield. Lasciai la cena
presto per ritornare in albergo a prepararmi, che vincessimo
o perdessimo, al discorso che avrebbe tenuto Barack pi tardi.
Dopo pochi minuti, Katie e Melissa si precipitarono nella
stanza con le notizie giunte dalla sala operativa della campagna:
Abbiamo vinto!.
Eravamo pazze di gioia e urlavamo talmente forte che
l'agente dei Servizi segreti buss alla porta per assicurarsi che
non ci fossero problemi.
In una delle sere pi fredde dell'anno, gli abitanti dell'Iowa
si erano precipitati ai loro caucus locali con un'affluenza
quasi doppia rispetto a quattro anni prima. Barack aveva vinto
tra i bianchi, i neri, i giovani. Pi di met dei votanti non
aveva mai preso parte prima ad un caucus, ed era stato quel
gruppo, probabilmente, a dare il maggiore contributo alla
vittoria di Barack. I conduttori delle reti televisive erano finalmente
arrivati in Iowa e ora cantavano le lodi di questo
enfant prodige che aveva tranquillamente battuto la macchina
dei Clinton e di un ex candidato alla vicepresidenza.
Quella sera, al discorso della vittoria di Barack, mentre tutti
e quattro noi - Barack, io, Malia e Sasha - eravamo in piedi
sul palco alla Hy-Vee Hall, mi sentivo benissimo, e quasi pentita
del mio iniziale scetticismo. Forse, pensavo tra me, quello
di cui Barack parlava da cos tanti anni era davvero possibile.
Tutti quei viaggi in auto a Springfield, tutta la sua frustrazione
perch gli pareva di non lasciare un segno abbastanza significativo,
tutto il suo idealismo, la sua fede insolita e
autentica nella capacit della gente di superare le divisioni,
nella possibilit che, alla fine, la politica funzionasse davvero...
Ecco, forse aveva avuto sempre ragione.
Avevamo ottenuto un risultato storico, monumentale. Non
solo Barack, non solo io, ma Melissa e Katie, e Plouffe, Axelrod,
e Valerie, e ogni giovane membro dello staff, ogni volontario,
ogni insegnante ed agricoltore e studente delle superiori
che quella sera si era impegnato per il cambiamento.
Era passata la mezzanotte quando Barack e io raggiungemmo
l'aeroporto per lasciare l'Iowa. Sapevamo che non ci saremmo
tornati per mesi. Io e le bambine eravamo dirette a
Chicago per tornare al lavoro e a scuola. Barack sarebbe andato
in New Hampshire, dove mancava meno di una settimana
alle primarie.
L'Iowa ci aveva cambiati tutti. L'Iowa aveva dato a me in
particolare una fiducia reale. Ora, il nostro compito era trasmetterla
al resto del Paese. Nei giorni seguenti i nostri collaboratori
si sarebbero distribuiti in altri Stati - dal Nevada
alla Carolina del Sud, dal New Mexico al Minnesota alla California -
per continuare a diffondere il messaggio che ora aveva
ricevuto una conferma: cambiare era davvero possibile.
...
17.

Quando ero in prima elementare, un bambino della mia
classe un giorno mi tir un pugno in faccia. Il colpo arriv
come una cometa, a tutta forza e dal nulla. Eravamo in fila
per andare in mensa e stavamo discutendo di qualche argomento
che a sei o sette anni sembrava fondamentale - chi
correva pi veloce o perch i pastelli avevano nomi cos strani -
quando, pam, fui colpita. Non so perch. Ho dimenticato
il nome del bambino, ma ricordo che lo fissai esterrefatta e
dolorante, con un labbro che gi si gonfiava e gli occhi pieni
di lacrime. Troppo scioccata per arrabbiarmi, corsi a casa dalla
mamma.
Il bambino fu rimproverato dalla maestra. Mia madre and
a scuola per vederlo di persona e valutare che tipo di minaccia
rappresentava. Southside, che quel giorno doveva
essere a casa nostra, si arrabbi pure lui e insistette per accompagnare
mia madre. Non ne fui informata, ma deve esserci
stata una discussione tra adulti. Il bambino sar stato
punito. Io ricevetti le sue scuse imbarazzate e mi fu detto di
non preoccuparmi pi di lui.
Quel bambino era solo spaventato e arrabbiato per cose
che non ti riguardano, mi disse pi tardi mia madre in cucina,
mentre preparava la cena. Scosse la testa come per suggerire
che c'era molto di pi di quanto fosse disposta a dirmi.
Ha un sacco di problemi di suo.
Questo era il modo in cui parlavamo dei bulli. Quando ero
bambina, era facile da capire: i bulli erano persone impaurite
nascoste dentro persone che mettevano paura. Era il caso di
DeeDee, la ragazzina del mio isolato che ce l'aveva con me,
e persino di mio nonno Dandy, che poteva essere scortese ed
aggressivo anche con sua moglie. A volte usavano parole
grosse perch si sentivano in difficolt. Tu li evitavi se potevi
e ti difendevi se necessario. Secondo mia madre, che probabilmente
avrebbe voluto farsi incidere sulla tomba un motto
del tipo Vivi e lascia vivere, il punto fondamentale era di non
prendere mai sul personale gli insulti o le aggressioni dei
bulli.
Se ci cascavi, be', allora potevi davvero restarne ferita.
Solo molti anni dopo questo genere di violenza mi avrebbe
posto di fronte a una vera sfida. Solo quando, poco dopo la
quarantina, cercavo di far eleggere mio marito presidente,
avrei ripensato a quel giorno in prima elementare in fila per
il pranzo e mi sarei ricordata di quanto era sconcertante restare
vittima di un'imboscata, quanto faceva male essere presa
a pugni in faccia senza preavviso.
Trascorsi gran parte del 2008 cercando di non preoccuparmi
dei pugni.
Comincer saltando a un bel ricordo di quell'anno, visto
che ne ho molti. Eravamo a Butte, in Montana, per il 4 luglio,
che era anche il decimo compleanno di Malia. Mancavano
quattro mesi alle elezioni. Butte  una cittadina nel Sud-ovest
del Montana, vicina ad un'antica miniera di rame; in lontananza
si vede il profilo scuro delle Montagne Rocciose. Butte
era una citt in bilico in uno Stato che i nostri strateghi speravano
fosse uno Stato in bilico. Alle ultime elezioni il Montana
aveva votato per George W. Bush ma aveva anche eletto
un governatore democratico. Sembrava un buon posto per
una visita di Barack.
Ancora pi di prima, ogni minuto delle sue giornate era
misurato fino all'ultimo secondo. Barack era osservato, esaminato,
giudicato. La gente registrava quali Stati visitava, in
quali diner andava per colazione, che tipo di carne ordinava
con le uova. Ora aveva costantemente al sguito almeno venticinque
giornalisti: riempivano la parte posteriore dell'aereo
della campagna, i corridoi e le sale della colazione dei
piccoli alberghi di provincia, gli rimanevano alle calcagna
da una tappa all'altra immortalando ogni gesto. Se un candidato
alla presidenza prendeva un raffreddore, lo riferivano.
Se uno andava a tagliarsi i capelli da un parrucchiere costoso
o chiedeva la senape di Digione in un ristorante di
catena (come ingenuamente aveva fatto Barack anni prima
meritandosi un titolo del NewYork Times), anche questo
veniva riferito e analizzato in un centinaio di modi in Internet.
Era un candidato debole? Era snob? Un impostore? Un
vero americano?
La competizione funzionava anche cos, ormai lo sapevamo:
era un test per vedere chi aveva la tempra per rivestire
non solo il ruolo di leader ma anche quello di simbolo del
Paese. Era come far passare ogni giorno la propria anima ai
raggi X, vederla esaminata e riesaminata alla ricerca di un segno
di fallibilit. Non ti eleggono se prima non ti sottoponi
all'analisi approfondita dell'America, che mette sotto la lente
la tua intera storia, comprese le relazioni sociali, le scelte professionali
e la dichiarazione dei redditi. E si pu dire che quello
sguardo non era mai stato pi analitico e manipolabile.
Stavamo entrando in un'ra in cui i click venivano contati e
monetizzati. Solo da poco Facebook aveva una diffusione capillare.
Twitter era relativamente nuovo. La maggioranza degli
americani adulti possedeva un cellulare, e quasi tutti i
cellulari avevano la macchina fotografica incorporata. Eravamo
prossimi a un mutamento che non sono sicura capissimo
a fondo.
Barack non stava pi cercando di conquistare il sostegno
degli elettori democratici; ora corteggiava l'America. Dopo i
caucus dell'Iowa, in un percorso che poteva essere orribile e
massacrante ma anche esaltante e senza precedenti, Barack
e Hillary Clinton avevano trascorso l'inverno e la primavera
del 2008 a competere duramente in ogni Stato e territorio,
disputandosi ogni voto per diventare un candidato che rompeva
tutti gli schemi. (John Edwards, Joe Biden e gli altri contendenti
si erano tutti ritirati prima della fine di gennaio). I
due candidati si erano confrontati senza risparmio e Barack
aveva ottenuto un piccolo ma decisivo vantaggio verso met
febbraio.  presidente, adesso? mi avrebbe chiesto Malia
nel corso dei mesi seguenti, mentre eravamo su un palco con
la musica sparata a tutto volume; la sua giovane mente era
in grado di afferrare solo l'obiettivo principale.
Okay, adesso  presidente?
No, tesoro, non ancora.
Fu solo a giugno che Hillary riconobbe di non avere sufficienti
delegati per vincere. Il suo ritardo nell'ammettere la
sconfitta aveva fatto sperperare preziose risorse impedendo
a Barack di orientare subito la battaglia verso il suo avversario
repubblicano, John McCain. McCain, da molti mandati senatore
dell'Arizona, era considerato gi da marzo il candidato
del Partito repubblicano. Era un maverick, un cane
sciolto: la sua era una campagna da eroe di guerra
anticonvenzionale, con una storia politica apprezzata da entrambi
gli schieramenti e una profonda esperienza in materia di sicurezza
nazionale. Era scontato che avrebbe guidato il Paese
in modo diverso da George W. Bush.
Eravamo a Butte per il 4 luglio con un doppio fine, dato
che ormai quasi tutto aveva un doppio fine. Barack aveva trascorso
i quattro giorni precedenti in Missouri, Ohio, Colorado
e Dakota del Nord. Non c'era tempo da sprecare, e non
potevamo sottrarlo agli impegni della campagna per festeggiare
il compleanno di Malia: Barack non poteva non farsi
vedere dagli elettori in occasione della festa pi simbolica
del Paese. Cos andammo noi da lui nel tentativo di centrare
entrambi gli obiettivi: una festa di famiglia trascorsa in massima
parte sotto gli occhi del pubblico. Vennero con noi anche
la sorellastra di Barack, Maya, suo marito, Konrad, e la
loro figlia Suhaila, di quattro anni.
Qualunque genitore di un bambino nato il giorno di una
festivit importante sa che bisogna in qualche modo festeggiare
in parallelo le due ricorrenze. La brava gente di Butte
l'aveva capito. C'erano cartelli con la scritta Buon compleanno
Malia! appesi con il nastro adesivo dentro le vetrine
dei negozi lungo Main Street. Gli spettatori le urlavano gli
auguri sovrastando il martellio delle grancasse e dei flauti
che suonavano Yankee Doodle mentre la nostra famiglia guardava
la parata del 4 luglio dalle gradinate. Le persone che
incontravamo erano amabili con le bambine e rispettose nei
nostri confronti, anche quando confessavano che votare per
un democratico sarebbe stata una deroga eccessiva alla
tradizione.
Pi tardi quel giorno organizzammo un picnic in un campo
con vista sulle cime che segnano il Continental Divide, lo
spartiacque delle Montagne Rocciose. Doveva essere l'occasione
per radunare le diverse centinaia di nostri sostenitori
locali e anche per festeggiare il compleanno di Malia. Ero
commossa da tutte le persone che vennero a salutarci, ma,
nello stesso tempo, provavo una sensazione pi intima e pressante
che non dipendeva da Butte. Quel giorno fui colpita
dalla sbalorditiva tenerezza che regala l'essere genitori, la
strana accelerazione che si impone al tempo quando si nota
all'improvviso che i propri bambini sono ormai cresciuti, le
braccia e le gambe non sono pi paffute ma si assottigliano,
lo sguardo si fa adulto.
Per me, il 4 luglio 2008 fu la soglia pi significativa che oltrepassammo:
dieci anni prima, io e Barack ci eravamo presentati
alla sala travaglio e alla sala parto dell'ospedale
credendo di sapere molto del mondo quando, in verit, non
ne sapevamo ancora niente.
Gran parte dell'ultimo decennio l'avevo dedicata a cercare
un equilibrio tra la famiglia e il lavoro, a pensare come essere
affettuosa e presente con Malia e Sasha e nello stesso tempo
una professionista all'altezza del ruolo. Ma l'asse si era spostato;
adesso cercavo un equilibrio tra l'essere genitore e
qualcosa di completamente diverso e pi disorientante: la
politica, l'America, il tentativo da parte di Barack di centrare
un obiettivo storico. La portata di quanto stava accadendo
nella vita di Barack, le esigenze della campagna, i riflettori
puntati sulla nostra famiglia esercitavano su di noi una pressione
crescente. Dopo i caucus nell'Iowa, avevo deciso di
prendere un'aspettativa dal lavoro all'ospedale, sapendo che
non sarei riuscita a garantire un minimo livello di efficienza.
La campagna stava lentamente consumando ogni cosa. Dopo
l'Iowa ero stata talmente occupata da non riuscire nemmeno
a passare dall'ufficio a raccogliere le mie cose e salutare.
Adesso ero una mamma e una moglie a tempo pieno, una
moglie che divideva il marito con una causa e una madre che
voleva impedire che le figlie fossero divorate dalla causa. Era
stato doloroso ritirarmi dal lavoro, ma non avevo scelta. La
mia famiglia aveva bisogno di me ed era pi importante.
Ed ecco che ero a un picnic elettorale in Montana a dirigere
un gruppo di persone per lo pi sconosciute mentre
cantavano Happy Birthday a Malia, seduta sorridente sull'erba
con un hamburger nel piatto. Per gli elettori le nostre figlie
erano dolci e la vicinanza della nostra famiglia cos tenera.
Ma spesso mi chiedevo come le nostre figlie considerassero
tutto questo, cosa vedessero. Cercavo di soffocare i sensi di
colpa. Avevamo in programma una vera festa di compleanno
per il fine settimana successivo, con un gruppetto di amiche
di Malia che si sarebbero fermate a dormire a casa nostra, a
Chicago: la politica sarebbe stata completamente assente.
Quella sera avremmo festeggiato in privato in hotel con un
gruppo ristretto di persone. Ma durante il pomeriggio, mentre
le bambine correvano in giro per il prato e io e Barack
stringevamo mani e abbracciavamo potenziali elettori, mi ritrovai
a chiedermi se loro due si sarebbero ricordate di quella
gita come di un divertimento.
In quei giorni osservavo Sasha e Malia con una nuova fierezza
nel cuore. Come capitava a me, adesso c'erano degli
sconosciuti che le chiamavano per nome, la gente voleva toccarle
e fotografarle. Durante l'inverno, il governo aveva giudicato
che io e le bambine fossimo abbastanza esposte da
assegnare anche a noi la protezione dei Servizi segreti. Significava
che quando Sasha e Malia andavano a scuola o al campo
estivo, di solito accompagnate in auto da mia madre,
erano seguite dagli agenti dei Servizi in un'altra auto.
Al picnic, ognuno di noi aveva a fianco il proprio agente,
che perlustrava con lo sguardo la folla alla ricerca di un minimo
segnale di minaccia, e interveniva con discrezione se qualcuno
voleva fare gli auguri con troppo entusiasmo. Grazie al
cielo, le bambine sembravano considerare gli agenti non tanto
guardie ma amici pi grandi di loro, nuovi acquisti del gruppo
sempre pi ampio di persone affettuose con cui viaggiavamo,
che si distinguevano solo per gli auricolari e la vigilanza silenziosa.
Sasha di solito li chiamava la gente segreta.
Le bambine rendevano la campagna pi rilassante, anche
solo per il fatto che il risultato finale non le riguardava. Per
me e Barack averle attorno era un sollievo, un memento che
alla fine la nostra famiglia era pi importante di ogni conteggio
di sostenitori o balzo in avanti nei sondaggi. Nessuna
delle due faceva caso allo schiamazzo che circondava il loro
pap. Non erano concentrate sulla costruzione di una democrazia
migliore o sulla conquista della Casa Bianca. Tutto
quello che volevano (davvero, davvero volevano) era un cucciolo.
Nei momenti tranquilli giocavano a rincorrersi o a
Uno con lo staff della campagna, e dovevano assolutamente
trovare una gelateria in ogni posto nuovo in cui andavano.
Tutto il resto era solo rumore.
Ancora oggi Malia e io scoppiamo a ridere come matte al
pensiero che lei aveva otto anni quando Barack, vittima del
suo senso di responsabilit, una sera, mentre le rimboccava
le coperte, le chiese: Che te ne pare se il pap si candida
per diventare presidente? Credi che sia una buona idea?.
Certo, pap, rispose lei dandogli un bacetto sulla guancia.
La decisione di suo padre avrebbe cambiato quasi tutto
nella sua vita, ma come poteva saperlo? Si gir dall'altra parte
e scivol nel sonno.
Quel giorno, a Butte, visitammo il museo minerario,
combattemmo una battaglia con le pistole ad acqua e giocammo
a calcio nel prato. Barack tenne il suo comizio e strinse il consueto
numero di mani, ma riusc anche a fermarsi un po' con
noi, per ancorarsi in un porto sicuro. Sasha e Malia gli si arrampicarono
addosso ridacchiando e intrattenendolo con le
loro trovate. Vidi la spensieratezza del suo sorriso e lo ammirai
per la sua capacit di mettere da parte ogni pensiero
secondario ed essere solo un pap, quando ne aveva
l'opportunit. Chiacchier con Maya e Konrad e mi tenne il
braccio intorno alle spalle mentre ci spostavamo da un luogo
all'altro.
Non eravamo mai soli. Avevamo intorno lo staff, gli agenti
dei Servizi, i giornalisti in attesa del momento dell'intervista,
curiosi che ci fotografavano da lontano. Ma ormai questa era
la normalit. Nel corso della campagna, le nostre giornate erano
diventate cos piene di impegni pubblici che la privacy era
ormai un lontano ricordo. Barack e io avevamo affidato quasi
ogni aspetto della nostra vita ad un gruppo di circa venti persone,
molto intelligenti e capaci, s, ma non in grado di capire
quanto poteva essere penoso rinunciare ad averne il controllo.
Se avevo bisogno di qualcosa in un negozio, dovevo chiedere
a qualcuno di andare a prendermelo. Se volevo parlare a Barack,
dovevo mandare una richiesta attraverso un ragazzo dello
staff. A volte nella mia agenda comparivano eventi e attivit
di cui non sapevo assolutamente nulla.
Pian piano, per, per una questione di sopravvivenza,
stavamo imparando a gestire le nostre vite in pubblico accettando
la realt per quello che era.
Prima della fine di quel pomeriggio a Butte concedemmo
tutti e quattro un'intervista televisiva: io, Barack e le bambine.
Non l'avevamo mai fatto prima. Solitamente tenevamo i
giornalisti lontani dalle nostre figlie, limitandoci alle foto e
anche quelle solo nelle occasioni pubbliche. Non so cosa ci
spinse ad accettare, quella volta. Per quanto ricordo, lo staff
della campagna pensava che sarebbe stato carino dare al
pubblico la possibilit di vedere Barack nel ruolo di padre e,
sul momento, non ci vidi nulla di male. Amava le nostre figlie,
dopotutto. Gli piacevano tutti i bambini. Era proprio
quello che l'avrebbe reso un buon presidente.
Ci intrattenemmo per circa un quarto d'ora con Maria Menounos
di Access Hollywood e parlammo tutti e quattro, seduti
su una panchina rivestita a festa con del tessuto. Malia aveva
le trecce e Sasha indossava un vestitino rosso senza maniche.
Come sempre erano irresistibilmente graziose. Maria Menounos
fu molto gentile e mantenne la conversazione su toni
leggeri mentre Malia, la giovane professoressa della famiglia,
rifletteva seria su ogni domanda. Disse che suo pap a volte
la imbarazzava quando cercava di stringere la mano ai suoi
amici e anche che dava fastidio a tutti noi quando a casa lasciava
il suo bagaglio dietro la porta, bloccandola. Sasha fece
del suo meglio per stare seduta tranquilla e rimanere concentrata
e interruppe l'intervista solo una volta, quando si
volt verso di me e mi chiese: Ehi, quando prendiamo il gelato?.
Per il resto ascolt sua sorella intervenendo periodicamente
con il primo dettaglio che le passava per la testa.
Pap una volta aveva una pettinatura afro! spiffer verso
la fine, e tutti ci mettemmo a ridere.
Qualche giorno pi tardi, l'intervista fu trasmessa in quattro
parti su ABC, incontr l'entusiasmo dei telespettatori e fu
ripresa nei notiziari, accompagnata da frasi stucchevoli come
Si alza il sipario sulle piccole Obama in un'intervista televisiva
e Le due piccole Obama raccontano tutto. All'improvviso,
i commenti infantili di Malia e Sasha finirono sui
giornali di tutto il mondo.
Barack e io ci pentimmo immediatamente di quello che
avevamo fatto. Non c'era nulla di osceno nell'intervista.
Nessuna domanda fu tesa a sfruttare l'ingenuit delle bambine,
non fu offerto nessun dettaglio rivelatore. Noi, per, sentivamo
di aver fatto la scelta sbagliata lasciandole parlare in
pubblico molto prima che potessero veramente capire cosa
significava. Niente nel video avrebbe ferito Malia o Sasha. Ma
adesso era di dominio pubblico e sarebbe stato disponibile
per sempre su Internet. Avevamo preso due bambine che
non avevano scelto quella vita e, senza pensarci, le avevamo
date in pasto al tritacarne dei media.
Ormai di quel tritacarne sapevo tutto. Vivevamo con gli
occhi del mondo perennemente puntati su di noi. Questo
aggiungeva una strana energia ad ogni cosa. Oprah Winfrey
mi inviava messaggi incoraggianti. Stevie Wonder, l'idolo della
mia infanzia, veniva a suonare alle manifestazioni elettorali,
scherzava e mi chiamava per nome, come se ci
conoscessimo da sempre. Era un'attenzione disorientante,
specialmente perch non mi sembrava che avessimo fatto
molto per meritarla. Eravamo stati lanciati nel firmamento
dalla forza del messaggio trasmesso da Barack, ma anche dalla
promessa e dal significato del momento. Se l'America avesse
eletto il suo primo presidente nero, la scelta avrebbe detto
qualcosa non solo su Barack ma sull'intero Paese. Per molte
persone e per molte ragioni, questo contava moltissimo.
Barack, ovviamente, era l'oggetto principale dell'adulazione
del pubblico e dell'attenzione spasmodica che, inevitabilmente,
si concentrava su di lui. Pi diventi famoso, maggiore
 il numero di quelli che ti odiano.  una regola non scritta,
soprattutto in politica, dove gli avversari investono denaro
per scoprire i tuoi punti deboli e assoldano investigatori per
scavare nella vita di un candidato alla ricerca di qualsiasi informazione
che assomigli a una notizia scandalosa.
Siamo fatti in maniera diversa, io e mio marito, ed  una
delle ragioni per cui uno di noi ha scelto la politica e l'altro
no. Barack era consapevole delle voci e degli equivoci intenzionali
pompati ad arte nella campagna come vapori tossici,
ma la cosa di solito non lo preoccupava. Aveva gi condotto
altre campagne elettorali. Aveva studiato storia politica e si
serviva di ci che aveva imparato per inquadrare ci che lo
aspettava. In generale, inoltre, non era il tipo che si lasciava
innervosire o deviare dai suoi scopi da forze astratte come il
dubbio od il dolore dell'offesa.
Io, invece, avevo ancora molto da imparare sulla vita pubblica.
Mi consideravo una donna di successo, sicura di s, ma
allo stesso tempo ero ancora la bambina che raccontava alla
gente di voler diventare pediatra e si impegnava per ottenere
ottimi voti a scuola. In altre parole, mi importava di quello
che pensavano gli altri. Da bambina e da adolescente avevo
passato la vita alla ricerca di approvazione, collezionando
diligentemente stelline dorate ed evitando le situazioni di conflitto.
Col tempo ero migliorata e avevo imparato a misurare
il mio valore non solo in termini di risultati da manuale, ma
ancora tendevo a credere che se avessi lavorato con diligenza
e onest avrei evitato di attirare l'attenzione dei bulli e sarei
sempre stata considerata per quella che ero.
Questa convinzione, tuttavia, stava per essere distrutta.
Dopo la vittoria di Barack nell'Iowa, il mio messaggio in
campagna elettorale divent pi appassionato, quasi in risposta
alla dimensione delle folle che si radunavano ai comizi.
Dagli incontri con centinaia di persone ero passata a
raduni di mille o pi. Una volta, nel Delaware, mentre mi avvicinavo
con Melissa e Katie al luogo in cui avrei parlato, scorsi
una fila larga cinque persone, e che si allungava intorno
all'intero isolato, in attesa di entrare in un auditorium gi
pieno. Rimasi quasi stordita dalla felicit. Lo dicevo in ogni
occasione: ero senza parole di fronte all'entusiasmo e alla
dedizione con cui la gente seguiva la campagna di Barack, al
lavoro che ogni giorno vedevo compiere per contribuire alla
sua elezione.
Quando arrivava il momento del mio discorso a braccio,
dato che aveva funzionato cos bene in Iowa, avevo elaborato
una struttura aperta, e non usavo il gobbo n mi preoccupavo
se ogni tanto partivo un po' per la tangente. Non usavo
un linguaggio forbito, e non ho mai posseduto l'eloquenza
di mio marito, ma le mie parole venivano dal cuore. Descrivevo
in che modo i miei dubbi iniziali sulla politica si erano
lentamente dissolti settimana dopo settimana, per lasciare il
posto a un sentimento pi incoraggiante e carico di speranza.
Molti di noi, mi rendevo conto, combattevano le stesse
battaglie, avevano le stesse preoccupazioni per i figli e il futuro.
E molti credevano, come me, che Barack fosse l'unico
candidato in grado di generare un vero cambiamento.
Barack voleva ritirare le truppe americane dall'Iraq. Voleva
abolire le agevolazioni fiscali introdotte da George W. Bush
per gli ultraricchi. Voleva una sanit accessibile a tutti gli
americani. Era una piattaforma programmatica ambiziosa,
ma ogni volta che entravo in un auditorium pieno di sostenitori
entusiasti sembrava che, come nazione, fossimo pronti
a lasciarci alle spalle le nostre divergenze ed a tradurla in realt.
C'era orgoglio in quelle sale, e uno spirito unitario che
andava oltre il colore della pelle. L'ottimismo era possente ed
infondeva energia. Io lo cavalcavo come un'onda. La speranza
sta tornando di moda, dichiaravo ogni volta.
Un giorno di febbraio ero in Wisconsin, quando Katie ricevette
una telefonata da qualcuno del team di Barack che si occupava
della comunicazione: pareva ci fosse un problema.
Qualcosa che avevo detto nel discorso in un teatro a Milwaukee
poche ore prima aveva scatenato le polemiche. Katie era perplessa
quanto me. Quello che avevo detto a Milwaukee non
era diverso da quello che avevo appena finito di dire a una
folla di persone a Madison, che a sua volta non era diverso
da quello che dicevo da mesi a ogni pubblico che mi trovavo
di fronte. Non c'erano mai stati problemi prima. Perch doveva
esserne sorto uno qui?
Pi tardi capimmo anche noi di che si trattava. Qualcuno
aveva filmato il mio discorso di quaranta minuti e lo aveva
trasformato in una clip di dieci secondi, cancellando il contesto
ed enfatizzando qualche parola.
All'improvviso circolarono clip di entrambi i discorsi,
Milwaukee e Madison, dove si evidenziava la parte in cui avevo
raccontato di come stessi ritrovando il coraggio. La versione
completa di quanto avevo detto era: Quello che abbiamo imparato
durante quest'anno  che la speranza sta tornando di
moda! E lasciate che vi dica una cosa, per la prima volta nella
mia vita adulta, sono davvero orgogliosa del mio Paese. Non
solo perch Barack  andato cos bene, ma perch credo che
la gente abbia bisogno di un cambiamento. Avevo un bisogno
disperato di vedere il nostro Paese muoversi in quella direzione
e non sentirmi cos sola nella mia frustrazione e delusione.
Ho visto persone animate dal bisogno di unirsi intorno ad alcune
fondamentali questioni comuni, e questo mi ha resa orgogliosa.
 un privilegio essere testimone di questa svolta.
Ma quasi tutto questo era stato tagliato, inclusi i miei riferimenti
alla speranza, all'unit e alla mia commozione. Non
c'erano pi sfumature; lo sguardo era diretto verso una cosa
sola. Quello che c'era nella clip - e ora passava continuamente
sulle radio conservatrici e nei talk show - era solo: Per la
prima volta nella mia vita adulta, sono davvero orgogliosa del
mio Paese.
Non avevo bisogno di guardare il telegiornale per conoscere
il messaggio che veniva trasmesso: Non  una patriota.
Ha sempre odiato l'America. Questo  il suo vero volto. Il resto  solo
una finta.
Ecco il primo pugno. A quanto pareva, me l'ero tirato da
sola. Nel tentativo di essere spontanea avevo dimenticato
quanto possa pesare ogni piccola frase, e avevo servito a chi
ci odiava quattordici succulente parole su un piatto d'argento.
Proprio come in prima elementare, non l'avevo visto
arrivare.
Tornai in aereo a Chicago quella sera. Mi sentivo colpevole
e scoraggiata. Sapevo che Melissa e Katie stavano controllando
con il BlackBerry gli articoli e i servizi critici sui media,
anche se non me li giravano, sapendo che non avrebbero fatto
altro che peggiorare le cose. Avevamo lavorato tutte e tre
insieme per la maggior parte dell'anno, percorrendo tanti
chilometri da non riuscire a contarli, sempre correndo contro
il tempo perch potessi tornare dalle bambine la sera.
Eravamo stati in auditorium sparsi in tutto il Paese, mangiato
pi fast food di quanto avremmo mai voluto e presenziato a
lussuose raccolte di fondi in case cos ricche che ci voleva
uno sforzo per non restare a bocca aperta. Mentre Barack e
la sua squadra elettorale viaggiavano in aerei appositamente
noleggiati e in comodi autobus turistici, noi ci toglievamo
ancora le scarpe negli eterni controlli di sicurezza degli aeroporti,
volavamo in economy con la United e la Southwest
e ci affidavamo alla buona volont dei nostri attivisti per farci
scarrozzare avanti e indietro dai luoghi delle manifestazioni,
che a volte distavano un centinaio di chilometri.
A me sembrava che nell'insieme stessimo facendo un lavoro
eccellente. Avevo visto Katie in piedi su una sedia dettare il
ruolino di marcia a fotografi che avevano il doppio dei suoi
anni e dare una strigliata a giornalisti che ponevano domande
fuori luogo. Avevo osservato Melissa governare magistralmente
i miei impegni coordinando i vari incontri elettorali di una
giornata e smanettando sui tasti del suo BlackBerry per stroncare
sul nascere potenziali problemi e allo stesso tempo assicurarsi
che non perdessi una recita scolastica, il compleanno
di una vecchia amica o l'opportunit di una seduta in palestra.
Entrambe si erano dedicate completamente a questa impresa,
sacrificando la loro vita personale in modo che io potessi mantenere
una parvenza della mia.
Ero seduta sotto la plafoniera dell'aereo, preoccupata di
aver mandato tutto all'aria con quelle stupide quattordici
parole.
A casa, dopo aver messo a letto le bambine e rispedito mia
madre in Euclid Avenue a riposarsi un po', chiamai Barack
sul cellulare. Era la vigilia delle primarie del Wisconsin e i
sondaggi indicavano che sarebbe stata una corsa serrata. Per
quanto riguardava i delegati alla convention nazionale,
Barack aveva un lieve ma crescente vantaggio su Hillary. Hillary
per stava diffondendo comunicati in cui criticava Barack praticamente
su tutto, dal suo progetto sulla sanit al suo rifiuto
di partecipare a un maggior numero di dibattiti con lei. La
posta in gioco era alta. La campagna di Barack non poteva
permettersi errori. Mi scusai per le conseguenze del mio discorso.
Non avevo idea che quelle parole fossero un boomerang,
gli dissi. Sto ripetendo la stessa frase da mesi.
Quella sera, Barack era in viaggio tra il Wisconsin e il Texas.
Riuscivo quasi a sentirlo alzare le spalle all'altro capo della linea.
Pensaci:  perch viene a sentirti cos tanta gente, disse.
Sei diventata una forza di questa campagna, il che significa
che la gente ti attaccher.  nella natura delle cose.
Come faceva sempre ogni volta che parlavamo, mi ringrazi
per il tempo che dedicavo alla campagna aggiungendo
che gli dispiaceva che mi toccassero quelle ricadute negative.
Ti amo, tesoro, mi disse prima di riattaccare. So che questa
faccenda  dura ma passer. Passa sempre.
Su questo aveva sia torto sia ragione. Il 19 febbraio 2008
Barack vinse le primarie del Wisconsin con un buon margine,
risultato che sembrava suggerire che non l'avevo danneggiato
troppo. Lo stesso giorno, Cindy McCain mi tir un
colpo a tradimento. Mentre teneva un comizio disse: Sono
orgogliosa del mio Paese. Non so voi, magari avete gi sentito
queste parole: sono molto orgogliosa del nostro Paese. La
CNN decise che ci eravamo fatte prendere dalla febbre del
patriottismo, e i blogger fecero quello che fanno i blogger.
Ma nel giro di una settimana le acque si erano calmate.
Barack e io rilasciammo entrambi dichiarazioni alla stampa,
chiarendo che io ero orgogliosa nel vedere cos tanti americani
fare telefonate a sostegno della campagna, parlare ai vicini
e acquisire fiducia nel loro potere in seno alla nostra democrazia,
cosa che a me sembrava davvero avvenisse per la
prima volta. E poi passammo oltre. Nei miei discorsi elettorali
cercavo di prestare maggiore attenzione a come formulare
le frasi, ma il mio messaggio rimase invariato. Ero
sempre orgogliosa e sempre entusiasta. Da quel punto di vista
non era cambiato niente.
Eppure era ormai stato piantato un seme pericoloso: la
percezione che io fossi insoddisfatta e vagamente ostile,
carente di quella grazia che ci si aspettava da me. Non eravamo
in grado di appurare se quel seme provenisse dagli avversari
politici di Barack o avesse origine altrove, ma le voci e i commenti
tendenziosi trasmettevano un messaggio neanche
troppo sottinteso che riguardava la razza, teso a portare alla
luce le paure pi profonde e meno riferibili degli elettori.
Non lasciate vincere questi neri. Non sono come voi. La loro visione
non  la vostra.
A questo clima non giov il fatto che ABC News avesse setacciato
ventinove ore di sermoni del reverendo Jeremiah
Wright e montato una sintesi scioccante che mostrava il predicatore
scagliarsi contro l'America bianca, in una sequenza
di accessi di rabbia e di risentimento esagerati e fuori luogo,
come se i bianchi fossero responsabili di ogni male. Barack
e io fummo sgomenti nel vedere quello specchio dei lati peggiori
e pi paranoici dell'uomo che ci aveva sposati e aveva
battezzato le nostre figlie. Entrambi avevamo famigliari che
guardavano alla razza attraverso le lenti di una sfiducia malsana.
Io avevo avuto l'esperienza di Dandy, che covava un
rancore sordo per i decenni trascorsi a farsi superare sul posto
di lavoro a causa del colore della sua pelle, e di Southside,
preoccupato che i suoi nipoti non fossero al sicuro nei
quartieri dei bianchi. Barack aveva sentito la sua nonna bianca
Toot fare estemporanee generalizzazioni etniche e persino
confessare al nipote nero che a volte aveva paura quando
incontrava un nero per strada. Avevamo convissuto per anni
con la ristrettezza di vedute di alcuni dei nostri anziani,
perch avevamo accettato che nessuno  perfetto, in particolare
coloro che erano cresciuti all'epoca della segregazione. Forse
proprio questa circostanza ci aveva fatto trascurare i passaggi
pi assurdi dei sermoni appassionati del reverendo Wright,
anche se non avevamo assistito a nessuno di quelli in questione.
Vedere in TV una versione estrema di quei discorsi al
vetriolo, tuttavia, ci lasci sbigottiti. Tutta quella faccenda
rappresentava un mnito: nel nostro Paese, le percezioni distorte
della questione razziale possono essere ambivalenti; il
sospetto e gli stereotipi vengono sia dai bianchi sia dai neri.
Qualcuno nel frattempo aveva riesumato la mia tesi dell'ultimo
anno di Princeton, scritta pi di vent'anni prima: uno
studio che analizzava il modo in cui gli ex studenti afroamericani
vivevano la questione razziale e la loro identit dopo essere
stati a Princeton. Per ragioni che non comprender mai,
i media conservatori trattavano il mio lavoro come se fosse un
manifesto segreto del potere nero, una minaccia finalmente
rivelata al mondo. Era come se, a ventun anni, invece di provare
a ottenere una A in Sociologia e un posto alla Harvard
Law School, mi fossi impegnata ad ordire una congiura per rovesciare
la maggioranza bianca e ora finalmente, attraverso
mio marito, avessi l'opportunit di attuarla.  Michelle Obama
la responsabile del fiasco dijeremiah Wright?: questo era il sottotitolo
di un articolo scritto da Christopher Hitchens. Hitchens
mi criticava aspramente - criticava quella che ero stata negli
anni del college - insinuando che subivo eccessivamente l'influenza
dei pensatori radicali neri e, inoltre, che ero una pessima
scrittrice. Affermare che  difficile leggerla sarebbe un
errore, scriveva. La tesi  assolutamente impossibile da "leggere"
nel senso stretto del verbo. Questo perch non  stata
scritta in nessuna lingua esistente.
Mi dipingeva non solo come una outsider ma come una
persona completamente altra, cos estranea che nemmeno
la mia lingua poteva essere riconosciuta. Era un insulto meschino
e ridicolo, certo, ma la sua presa in giro della mia intelligenza,
la sua disistima del mio giovane io implicava un
disprezzo ancora maggiore. Barack e io eravamo ormai troppo
noti per essere invisibili, ma se la gente ci vedeva come
alieni e trasgressori, allora questo poteva forse indebolirci. Il
messaggio in codice, mai espresso in maniera diretta, era:
Questa gente non appartiene al nostro mondo. Sul Drudge Report
era apparsa una foto di Barack che indossava un turbante
ed un abito tradizionale somalo, donatigli in occasione
di una visita ufficiale da senatore in Kenya; furono cos rilanciate
le vecchie teorie secondo le quali in segreto era musulmano.
Alcuni mesi dopo, si diffuse in Rete un'altra voce
anonima e infondata. Questa volta ad essere messa in dubbio
era la cittadinanza americana di Barack: la tesi era che non
fosse nato alle Hawaii ma in Kenya, e questo gli avrebbe impedito
di essere eletto presidente.
Mentre procedevamo con le primarie nell'Ohio e nel Texas,
nel Vermont e nel Mississippi, avevo continuato a parlare
di ottimismo e unit: sentivo che i sentimenti positivi delle
persone alle manifestazioni elettorali si condensavano attorno
all'idea del cambiamento. Per tutto questo tempo, tuttavia,
sembr crescere anche la poco lusinghiera contropropaganda
sul mio conto. Su Fox News si discuteva della mia rabbia
da militante. In Rete si dava credito alla voce che circolasse
un video in cui io mi riferivo ai bianchi con il termine razzista
di whitey, notizia bizzarra e assolutamente falsa. In giugno,
quando Barack si assicur la nomination democratica, io lo
salutai con uno scherzoso pugno contro pugno sul palco di
un comizio in Minnesota. Il gesto sarebbe finito nei titoli e
nei sommari dei notiziari e un commentatore di Fox l'avrebbe
interpretato come il pugno dei terroristi, suggerendo
anche qui che eravamo pericolosi. Un titolo sulla stessa rete
televisiva mi aveva definita la baby mama di Obama,
evocando stereotipi dell'America del ghetto nero e insinuando
che la mia diversit fosse cos estrema da pormi addirittura
fuori dal mio matrimonio.
Ero al limite, non fisico ma emotivo. I pugni facevano male
nonostante comprendessi che avevano poco a che fare con la
persona che realmente ero. Era come se l fuori ci fosse una
versione in stile cartone animato di me stessa che causava catastrofi,
una donna di cui continuavo a sentir parlare ma che
non riconoscevo: una specie di Godzilla troppo alta, troppo
forzuta, castrante, la moglie di un politico che di nome faceva
Michelle Obama. Altra conseguenza dolorosa: a volte mi telefonavano
i miei amici e mi scaricavano addosso le loro preoccupazioni,
profondendosi in consigli che pensavano dovessi
trasmettere al direttore della campagna di Barack; oppure
volevano che li rassicurassi dopo che avevano sentito notizie
negative sul mio conto o su Barack o sullo stato della campagna.
Quando cominciarono a circolare le voci sul cosiddetto
video in cui davo dei whitey ai bianchi, mi chiam una cara
amica che mi conosce bene, evidentemente preoccupata che
quella menzogna fosse vera. Dovetti passare una buona
mezz'ora a convincerla che non ero diventata razzista e uscii
da quella telefonata completamente demoralizzata.
In generale, mi sembrava di non poter vincere: sentivo che
nemmeno un'immensa mole di fede e di duro lavoro mi
avrebbe posto al riparo dai detrattori e dai loro tentativi di
mettermi fuori gioco. Ero donna, nera e forte, il che, per certa
gente con una certa forma mentis, si traduceva in una sola
parola: arrabbiata. Era un altro clich negativo, uno di
quelli usati da sempre per costringere le donne delle minoranze
a restare ai margini di qualsiasi stanza, un invito subdolo
a non ascoltare quello che abbiamo da dire.
Un po' arrabbiata adesso cominciavo a sentirmi davvero,
e questo mi faceva stare ancora peggio: era come se mi fossi
arresa, visto che si stava avverando la profezia pronunciata
su di me da chi mi odiava.  notevole come uno stereotipo
funzioni da autentica trappola. Quante donne nere arrabbiate
sono cadute nella logica circolare di quell'espressione?
Se nessuno ti sta ad ascoltare, perch non dovresti urlare
pi forte? Se sei considerata arrabbiata o troppo emotiva, il
giudizio non amplifica queste stesse caratteristiche?
La meschinit mi aveva spossata, mi abbatteva il fatto che
tutto fosse diventato cos personale, e avevo anche la sensazione
di non poter abbandonare la partita. A un certo punto, in
maggio, il Partito repubblicano del Tennessee diffuse un video
online in cui dopo la solita clip della mia frase in Wisconsin
comparivano elettori che dicevano cose del tipo: Accidenti,
fin da piccolo sono orgoglioso di essere americano. Sul sito
web della NPR c'era un articolo con il titolo Michelle Obama 
un vantaggio od un ostacolo ? Sotto, in neretto, una serie di punti
del dibattito su di me: Una ventata di sincerit o un pugno
in faccia? e Il suo aspetto: regale o intimidatorio?.
Ve l'assicuro, cose del genere fanno male.
A volte davo la colpa agli strateghi di Barack, se mi trovavo
in quella posizione. Capivo di essere molto pi attiva delle
mogli di altri candidati, il che mi rendeva un bersaglio pi
facile. Il mio istinto era di restituire colpo su colpo, di ribattere
alle menzogne ed alle ingiuste generalizzazioni o di far
intervenire Barack con qualche commento, ma la sua squadra
elettorale continuava a ripetermi che era meglio non rispondere,
andare avanti e incassare i colpi.  solo politica
era il mantra, come se non ci si potesse fare nulla, come se
ci fossimo tutti trasferiti in una nuova citt su un altro pianeta
chiamato Politica, dove non valevano le regole normali.
Ogni volta che ero gi di morale, mi punivo ancora di pi
con una serie di pensieri negativi: non era stata una mia scelta;
la politica non mi era mai piaciuta; avevo lasciato il lavoro
per dedicare tutta me stessa a questa campagna e adesso ero
un ostacolo? Dov'era finita la mia forza?
Una domenica sera, seduti nella nostra cucina a Chicago,
con Barack a casa per una notte, sfogai tutta la mia
frustrazione.
Non ho bisogno di farlo, gli dissi. Se danneggio la campagna
cosa diavolo vado in giro a fare?
Spiegai che io, Melissa e Katie eravamo sopraffatte dal volume
delle richieste dei media e dalla fatica che ci costava viaggiare
con il nostro budget ridotto. Non volevo fare danni, al
contrario volevo dare una mano, ma con il tempo e le risorse
a disposizione non potevamo far altro che reagire a quello che
ci capitava. E a proposito dell'attenzione crescente su di me,
ero stanca di non potermi difendere, stanca di essere presa per
una persona completamente diversa da quella che ero. Posso
restare a casa con le bambine se  meglio, dissi a Barack. Far
la solita moglie che si fa vedere in pubblico solo per gli eventi
importanti e sorride. Sarebbe molto pi facile per tutti.
Barack ascolt con molta comprensione. Sapevo che era
stanco, che voleva salire di sopra e andare a dormire un po'
perch ne aveva davvero bisogno. A volte odiavo il fatto che
nella nostra famiglia i confini tra vita politica e vita privata ormai
fossero invisibili. Le sue giornate erano piene di problemi
da risolvere in un attimo e di centinaia di incontri, conversazioni,
scambi. Non volevo essere un'ulteriore difficolt da affrontare
ma, d'altra parte, la mia esistenza era ormai fusa con
la sua.
Tu sei molto pi un vantaggio che un ostacolo, Michelle,
devi saperlo, disse, colpito. Ma se vuoi smettere o rallentare,
hai tutta la mia comprensione. Puoi fare quello che vuoi,
sul serio.
Mi spieg che non avrei mai dovuto sentirmi in debito con
lui o con la macchina elettorale. E se volevo continuare ma
avevo bisogno di maggior supporto e maggiori risorse per
farlo, avrebbe trovato il modo di procurarmeli.
Le sue parole mi confortarono, anche se solo un po'. Mi
sentivo sempre come la bambina di prima elementare in fila
per la mensa che aveva appena preso un pugno in faccia.
Ma a quel punto lasciammo perdere la politica e andammo
a dormire, esausti.
Non molto tempo dopo quella conversazione, mi presentai
nell'ufficio di David Axelrod a Chicago e mi sedetti con
lui e Valerie a guardare i video di alcune mie apparizioni
pubbliche. Da parte loro si trattava, me ne rendo conto ora,
di una sorta di ingerenza, un tentativo di mostrarmi quali
dettagli di quel processo avrei potuto controllare. Entrambi
mi elogiarono per il gran lavoro e la mia effettiva capacit di
entusiasmare i sostenitori di Barack. Ma poi Axe fece ripartire
la registrazione abbassando completamente il volume,
in modo che potessimo osservare meglio il mio linguaggio
del corpo, in particolare le mie espressioni facciali.
E cosa vidi? Mi vidi parlare con intensit e convinzione,
senza cedimenti. Citavo sempre i tempi duri che gli americani
stavano affrontando cos come le ingiustizie del sistema
scolastico e sanitario. Il mio viso rifletteva la seriet di quella
che sapevo essere la posta in gioco, e l'importanza della scelta
davanti alla quale si trovava la nostra nazione.
Ma ero troppo seria, troppo severa, almeno rispetto a
quanto la gente, dopo un condizionamento secolare, si aspetta
da una donna. Osservai la mia espressione dal punto di vista
di un estraneo, magari influenzato dalla cornice poco
lusinghiera che mi avevano costruito attorno. Capii come
avevano fatto gli avversari a selezionare quelle immagini e a
darmi in pasto al pubblico facendomi passare per una specie
di arpia incavolata. Era un altro stereotipo, naturalmente,
un'altra trappola. Il modo pi facile per ignorare la voce di
una donna  presentarla come una bisbetica.
Nessuno criticava Barack perch appariva troppo serio e
non sorrideva abbastanza. Io ero la moglie, non il candidato,
ovvio, cos forse da me ci si aspettava un po' pi di leggerezza,
di frivolezza. Inoltre, se c'era qualche dubbio su come se la
passavano in generale le donne sul Pianeta Politica, bastava
guardare Nancy Pelosi, la brillante e determinata presidente
della Camera dei rappresentanti, spesso anche lei descritta
come una bisbetica, o cosa doveva sopportare Hillary Clinton,
con gli esperti e gli opinionisti di giornali e televisioni
che passavano al setaccio ogni momento della campagna
elettorale. Il sesso di Hillary era usato senza sosta contro di
lei, con il solito ricorso ai peggiori stereotipi. La chiamavano
dominatrice, rompiscatole, stronza. Dicevano che aveva la
voce stridula, la risata da gallina. Hillary era la rivale di Barack,
perci non ero particolarmente incline a simpatizzare
per lei, ma non potevo fare a meno di ammirare la sua capacit
di resistere e continuare a combattere in mezzo a tutte
quelle dimostrazioni di misoginia.
Mentre rivedevo quel video con Axe e Valerie, mi bruciavano
gli occhi dalle lacrime. Ero sconvolta. Capii in quel momento
che della politica faceva parte un aspetto che io non
padroneggiavo ancora: l'arte della rappresentazione. Eppure
parlavo in pubblico da pi di un anno. Comunicavo meglio,
mi resi conto, in posti piccoli come quelli in cui ero stata nell'Iowa.
Trasmettere calore nei grandi auditorium era pi difficile.
Le grandi folle richiedevano una mimica facciale pi
chiara, e su questo avevo ancora da lavorare. Ed ero preoccupata
che fosse troppo tardi.
Valerie, amica da oltre quindici anni, mi strinse la mano.
Perch non me ne avete parlato prima? chiesi. Perch
nessuno ha provato ad aiutarmi?
Mi risposero che nessuno ci aveva fatto caso. La percezione
di chi lavorava per la campagna di Barack era che io stessi
andando bene finch le cose non avevano smesso di andare
bene. Solo ora, visto che ero diventata un problema, ero stata
convocata nell'ufficio di Axe.
Per me, quello fu un momento di svolta. L'apparato di una
campagna elettorale esisteva solamente in funzione del candidato,
non della moglie o della famiglia. E, per quanto lo
staff di Barack mi rispettasse e riconoscesse il valore del mio
contributo, nessuno mi aveva mai dato vere indicazioni. Fino
ad allora, nessuno si era preso il disturbo di viaggiare con me
o assistere ai miei incontri. Nessuno mi aveva insegnato tutto
quanto occorre conoscere per tenere i rapporti con giornali
e TV e per parlare in pubblico. Mi resi conto che nessuno si
sarebbe interessato a me se non avessi insistito.
Sapendo che l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica
sarebbe cresciuta nell'ultimo semestre prima delle elezioni,
finalmente stabilimmo che mi serviva un aiuto
concreto. Se dovevo continuare a far campagna come un
candidato, avevo bisogno di essere sostenuta come un candidato.
Mi sarei protetta da sola organizzandomi meglio,
insistendo per avere a disposizione le risorse necessarie a
svolgere bene il mio lavoro. Nelle settimane finali delle primarie,
il mio team fu ampliato con l'aggiunta di un'assistente
personale addetta alla mia agenda, Kristen Jarvis - una persona
molto cordiale, gi membro dell'ufficio di Barack al Senato
di Washington, che con la sua sicurezza mi avrebbe
aiutato a restare con i piedi per terra anche nei momenti di
massimo stress -, e di Stephanie Cutter, un'esperta di comunicazione
dai modi diretti che si sapeva muovere benissimo
in politica. Lavorando con Katie e Melissa, Stephanie contribu
ad affinare il mio messaggio e il modo di presentarmi in
vista dell'importante discorso che avrei tenuto in estate alla
convention nazionale del Partito democratico. Infine, ci misero
a disposizione un aereo della campagna e ci mi permise
di muovermi con maggiore efficienza. Adesso potevo concedere
interviste durante i voli, farmi fare capelli e trucco mentre
ero in viaggio verso le varie manifestazioni o portare con
me Sasha e Malia senza costi aggiuntivi.
Fu un sollievo. Tutte queste risorse lo furono. E penso davvero
che mi permisero di sorridere di pi, di abbassare un
po' la guardia.
Mentre pianificavamo le mie apparizioni pubbliche,
Stephanie mi consigli di fare leva sui miei punti di forza e di ricordare
le cose di cui pi mi piaceva parlare, vale a dire
l'amore per mio marito, il mio legame con le madri che lavorano,
l'orgoglio per le mie radici di Chicago. Not che mi piaceva
scherzare e mi disse di non rinunciare all'umorismo. In
altre parole, andava bene che fossi me stessa. Poco dopo la fine
delle primarie, accettai di partecipare al talk show di Barbara
Walters, The View, e passai un'ora spensierata e vivace
con lei, Whoopi Goldberg e le altre ospiti sul palco, di fronte
al pubblico, a parlare degli attacchi alla mia persona, ma anche
ridendo delle bambine e del pugno contro pugno,
nonch della seccatura di indossare i collant. Sentivo di avere una
nuova disinvoltura, di essere davvero padrona della mia voce.
Il programma suscit commenti per lo pi positivi. Indossavo
un vestito bianco e nero da 148 dollari, che all'improvviso tutte
le donne si precipitarono a comprare sgomitando.
Stavo lasciando un segno e, allo stesso tempo, cominciavo
a divertirmi, perch mi sentivo pi aperta e ottimista. Mi posi
come obiettivo di imparare cose nuove dagli americani che
incontravo in tutto il Paese. Partecipavo a tavole rotonde sui
metodi per raggiungere un equilibrio tra lavoro e famiglia,
un argomento che mi interessava moltissimo. Ricavai le lezioni
pi profonde quando visitai le comunit militari e incontrai
le mogli dei soldati o, in qualche caso, i mariti delle
donne-soldato.
Parlatemi della vostra vita, dicevo. E poi ascoltavo quelle
donne con i bambini sulle ginocchia, alcune neanche ventenni,
che mi raccontavano le loro storie. Alcune dicevano di essere
state trasferite da una base all'altra otto volte o anche di
pi in altrettanti anni, e ogni volta avevano dovuto inserire di
nuovo i figli alle lezioni di musica o alle attivit didattiche
extrascolastiche. Spiegavano anche quanto fosse difficile portare
avanti una carriera durante tutti quei trasferimenti:
un'insegnante, per esempio, spesso non riusciva a trovare lavoro
perch il nuovo Stato non riconosceva la certificazione del
precedente; anche manicure e fisioterapiste avevano problemi
simili con le licenze. Molti giovani genitori avevano difficolt
a trovare qualcuno che si occupasse dei figli a un prezzo ragionevole.
Tutto questo, ovviamente, oltre al peso logistico ed
emotivo di avere l'uomo che ami inviato per dodici mesi o pi
in posti come Kabul o Mosul, o su una portaerei nel Mar cinese
meridionale. Incontrare queste mogli poneva tutto quello
che mi feriva o mi preoccupava in un'altra prospettiva. I loro
sacrifici erano molto pi onerosi dei miei. Questi incontri mi
prendevano totalmente, ed ero sorpresa dal fatto di conoscere
cos poco della vita militare. Giurai a me stessa che, se Barack
avesse avuto la fortuna di diventare presidente, avrei trovato
un modo per sostenere meglio quelle famiglie.
Tutto questo mi diede maggiore energia per contribuire a
dare l'ultima spinta a Barack e a Joe Biden, l'affabile senatore
del Delaware che di l a poco sarebbe diventato ufficialmente
il compagno di Barack nella corsa alla Casa Bianca. Mi sentivo
incoraggiata a seguire ancora i miei istinti, visto che ero
circondata da persone che mi guardavano le spalle. Durante
le manifestazioni pubbliche mi impegnavo a stabilire un contatto
personale con la gente che incontravo, in piccoli gruppi
o in folle di migliaia di persone, chiacchierando con loro dietro
le quinte o anche mentre stringevo le mani di sostenitori
accalcati dietro una transenna. Quando gli elettori mi conoscevano
di persona capivano che le caricature su di me erano
false. Ho imparato che odiare da vicino  pi difficile.
Avrei trascorso l'estate del 2008 muovendomi pi rapidamente
e lavorando con maggiore impegno, convinta di poter
fare la differenza per Barack, una differenza positiva. Con
l'approssimarsi della convention lavorai per la prima volta
con una persona che scriveva discorsi, una giovane donna di
talento, Sarah Hurwitz, che contribu a dar forma alle mie
idee ricavandone un testo di diciassette minuti. Dopo settimane
di accurata preparazione, alla fine di agosto salii sul
palco del Pepsi Center, a Denver, di fronte a un pubblico in
sala di circa ventimila persone ed a molti milioni di telespettatori,
pronta a spiegare al mondo chi ero veramente.
Quella sera fu mio fratello Craig a presentarmi. Mia madre
sedeva in prima fila in una saletta panoramica in tribuna, un
po' stordita dalla vastit del palco su cui andavano in scena
adesso le nostre vite. Parlai di mio padre, della sua umilt e
della sua capacit di resistenza, e di come tutto questo avesse
forgiato me e Craig. Cercai di offrire agli americani l'immagine
pi intima possibile di Barack e del suo cuore cos nobile.
Quando finii il pubblico non smetteva di applaudire e
io fui investita da un'ondata di sollievo, consapevole che forse,
finalmente, avevo fatto qualcosa per cambiare la percezione
che la gente aveva di me.
Fu un grande momento, certo, magnifico e pubblico, e si
trova ancora oggi su YouTube. Ma la verit  che, per le stesse
ragioni, fu anche un momento molto intimo. Il mio modo
di vedere le cose stava cominciando a rovesciarsi, come un
maglione lentamente rivoltato. Il palcoscenico, il pubblico,
le luci, gli applausi stavano diventando cose pi normali di
quanto avrei mai immaginato. Ci per cui vivevo, ora, erano
i momenti improvvisati, non fotografati, le pause, in cui nessuno
si esibiva e nessuno giudicava, ed era ancora possibile
la sorpresa autentica; in cui a volte, senza preavviso, potevi
sentire un chiavistello scattare nel cuore.
Per questo, dobbiamo tornare a Butte, nel Montana, in quel
4 luglio. Era la fine della nostra giornata, il sole estivo calava
finalmente dietro le montagne a occidente e in lontananza si
sentivano scoppiare i petardi. Stavamo per rifugiarci all'Holiday
Inn Express, vicino all'interstatale: Barack sarebbe partito
l'indomani per il Missouri, io e le bambine avremmo fatto ritorno
a Chicago. Eravamo tutti stanchi. Avevamo seguito la parata
e partecipato al picnic. Ci sembrava di aver parlato con
ogni singolo abitante di Butte. E ora, finalmente, avremmo festeggiato,
in pochi intimi, il compleanno di Malia.
Se me l'aveste domandato in quel frangente avrei risposto
che avevamo organizzato tutto all'ultimo momento, che il
suo compleanno sembrava un ripensamento nel vortice della
campagna. Ci riunimmo in una sala riunioni dal soffitto basso,
illuminata da lampade al neon, nel seminterrato dell'albergo,
con Konrad, Maya e Suhaila, pi una manciata di
membri dello staff particolarmente legati a Malia, e ovviamente
gli agenti dei Servizi segreti, che erano sempre vicini
a tutti noi. Avevamo dei palloncini, una torta presa al supermercato,
dieci candeline ed un barattolo di gelato. C'erano
alcuni regali acquistati e impacchettati in aereo da qualcuno
che non ero io. Non mancavano l'impegno e la partecipazione,
ma l'atmosfera non era festosa. Era stata semplicemente
una giornata troppo lunga. Barack e io ci scambiammo
uno sguardo cupo, consapevoli di aver sbagliato.
Alla fine, tuttavia, come in molte cose, era una questione
di percezione, di come decidiamo di guardare quello che ci
sta di fronte. Barack e io eravamo concentrati solo sui nostri
errori e le nostre mancanze, e li vedevamo riflessi in quella
sala smorta e in quella festa raffazzonata. Ma Malia cercava
qualcosa di diverso. E lo trov. Vide volti gentili, persone che
le volevano bene, una torta con la glassa spessa, una sorellina
e una cuginetta al suo fianco, un nuovo anno davanti a s.
Aveva passato la giornata all'aria aperta. Aveva assistito a una
parata. L'indomani la attendeva un viaggio in aereo.
Si diresse verso il punto della sala in cui era seduto Barack
e gli si sedette sulle ginocchia. Questo, dichiar,  il pi
bel compleanno di sempre! 
Non not che alla mamma e al pap vennero le lacrime
agli occhi o che met delle persone nella sala erano commosse
anche loro. Ma aveva ragione. E all'improvviso lo capimmo
tutti. Compiva dieci anni quel giorno, ed era tutto
bellissimo.
...
18.

Quattro mesi dopo, il 4 novembre 2008, votai per Barack.
Al mattino presto ci recammo insieme al nostro seggio, nella
palestra della Beulah Shoesmith Elementary School a pochi
isolati da casa nostra. Portammo con noi Sasha e Malia, pronte
per la scuola. Persino il giorno delle elezioni - forse proprio
perch era il giorno delle elezioni - pensavo che la
scuola sarebbe stata una buona idea. La scuola rappresentava
la routine, la sicurezza. Mentre passavamo accanto a batterie
di fotografi e a telecamere della TV per entrare nella palestra,
mentre per la gente che parlava intorno a noi tutto era di
portata storica, io ero contenta di avere preparato i cestini
del pranzo per le bambine.
Che giornata sarebbe stata? Sarebbe stata una lunga giornata.
A parte quello, nessuno di noi poteva saperlo.
Barack, come sempre nei giorni in cui la pressione era
massima, era pi disinvolto che mai. Salut gli scrutatori, prese
la sua scheda e strinse le mani a tutti quelli che incontrava,
rilassato. Era logico, direi. Tutta la faccenda ormai non dipendeva
pi da lui.
Eravamo in piedi, spalla contro spalla, alle nostre postazioni
di voto mentre le bambine si sporgevano per vedere cosa
facevamo.
Avevo votato per Barack molte volte ormai, a primarie ed a
elezioni generali, a livello statale e federale, e questa puntata
al seggio non aveva niente di diverso. Votare, per me, era
un'abitudine, un rituale salutare da eseguire con coscienza
ogni volta che ve n'era l'opportunit. Quando ero bambina,
i miei genitori mi portavano al seggio e io, tutte le volte che
potevo, facevo lo stesso con Sasha e Malia, nella speranza di
rafforzare in loro l'idea che si trattasse di un'azione insieme
naturale ed importante.
La carriera di mio marito mi aveva permesso di osservare
da vicino le trame della politica e del potere. Avevo visto come
una manciata di voti in ogni distretto poteva fare la differenza
non solo tra un candidato e l'altro, ma tra un sistema
di valori e un altro. Se in ogni quartiere anche solo poche
persone restavano a casa, la loro scelta poteva determinare
le nozioni che i nostri figli avrebbero studiato a scuola, le opzioni
che avremmo avuto in materia di sanit o la decisione
di inviare o meno truppe in zone di guerra. Votare era semplice
ed allo stesso tempo incredibilmente efficace.
Quel giorno fissai per qualche secondo in pi la piccola
bolla ovale accanto al nome di mio marito sulla scheda per
la scelta del presidente degli Stati Uniti. Dopo quasi ventun
mesi di campagna elettorale, di attacchi e di fatica, eccola l,
l'ultima cosa da fare.
Barack mi lanci un'occhiata e rise. Devi ancora decidere
per chi votare? chiese. Ti serve un po' di tempo in pi?
Se non fosse per l'ansia, il giorno delle elezioni potrebbe
essere considerato una specie di minivacanza, una pausa surreale
tra tutto quello che  accaduto e quello che avverr, di
qualunque cosa si tratti. Hai spiccato il salto ma non sei ancora
atterrato. Non puoi ancora sapere come sar il futuro.
Dopo mesi in cui tutto si  mosso troppo velocemente, il tempo
scorre con una lentezza esasperante. Tornati a casa, recitai
il ruolo dell'ospite per la mia famiglia e gli amici che venivano
a trovarci per chiacchierare del pi e del meno e aiutarci a
far passare le ore.
A un certo punto della mattinata, Barack usc per giocare
a basket con Craig e alcuni amici in una palestra vicina. Era
diventata una sorta di abitudine del giorno delle elezioni.
Per Barack non c'era niente di meglio, per calmare i nervi,
di una partita di basket all'ultimo sangue.
Stai solo attento che nessuno gli rompa il naso, dissi a
Craig mentre uscivano insieme dalla porta. Deve andare in
TV stasera, lo sai.
Trovi sempre il modo di dare a me la colpa di tutto, ribatt
Craig, come solo un fratello pu fare. E se ne andarono.
A dar retta ai sondaggi, quel giorno Barack avrebbe dovuto
vincere, ma io sapevo che aveva preparato due discorsi per
quella sera: uno in caso di vittoria, l'altro per ammettere la
sconfitta. A quel punto, ce ne intendevamo abbastanza di politica
e di sondaggi da non dare nulla per scontato. Conoscevamo
il fenomeno detto effetto Bradley, dal nome di un
candidato afroamericano, Tom Bradley, in lizza per diventare
governatore della California all'inizio degli anni Ottanta. I
sondaggi lo avevano sempre dato in testa, ma al momento
delle elezioni aveva perso, sorprendendo tutti e fornendo al
mondo una grande lezione sull'intolleranza. La stessa situazione,
infatti, si ripet negli anni seguenti in tutto il Paese,
in diverse importanti campagne elettorali di cui erano protagonisti
candidati neri. La teoria alla base era che, quando
si trattava di candidati di una minoranza etnica, gli elettori
spesso nascondevano il proprio pregiudizio ai sondaggisti,
ma lo esprimevano nel segreto della cabina elettorale.
Durante tutta la campagna mi ero chiesta ripetutamente
se l'America fosse davvero pronta ad eleggere un presidente
nero, se il Paese fosse abbastanza forte da guardare al di l
della razza e superare il pregiudizio. Finalmente, lo stavamo
per scoprire.
Nel complesso, le elezioni presidenziali erano state meno
faticose della lotta all'ultimo sangue delle primarie. John
McCain non aveva fatto un favore a se stesso scegliendo il governatore
dell'Alaska, Sarah Palin, come candidata alla vicepresidenza.
Priva di esperienza e di preparazione, era ben
presto diventata una barzelletta nazionale. Poi, a met settembre,
le notizie si fecero disastrose. L'economia statunitense
entr in una spirale recessiva quando Lehman Brothers, una
delle banche d'investimento pi grandi del Paese, and improvvisamente
a gambe all'aria. Il mondo si rese conto che i
titani di Wall Street avevano passato anni a intascare profitti
con i mutui immobiliari ad alto rischio. Le azioni crollarono.
Il mercato del credito si blocc. I fondi pensione si
volatilizzarono.
Barack era la persona giusta per quel momento storico, per
portare avanti un lavoro che non sarebbe stato comunque
semplice ma che ora era diventato, a causa della crisi finanziaria,
complesso in maniera esponenziale. Lo gridavo ai quattro
venti da pi di un anno e mezzo ormai, in giro per
l'America: mio marito era calmo e preparato. Aveva un cervello
capace di analizzare e risolvere qualsiasi problema intricato.
Ero di parte, ovvio, e personalmente sarei stata contenta
di perdere le elezioni e recuperare una qualche versione delle
nostre vecchie vite, ma sentivo anche che, come nazione, noi
avevamo davvero bisogno del suo aiuto. Era ora di smettere
di pensare a un dato di realt cos arbitrario come il colore
della pelle. Saremmo stati stupidi, a quel punto, a non eleggerlo.
Lui, per, avrebbe ereditato un bel pasticcio.
Con l'avvicinarsi della sera, sentivo le dita intorpidirsi e un
formicolio nervoso mi percorreva il corpo. Non riuscii a
mangiare. Non avevo pi voglia di chiacchierare con mia madre
o con gli amici che passavano. A un certo punto salii di
sopra giusto per avere un momento tutto per me.
Anche Barack, scoprii, si era ritirato lass, spinto evidentemente
dallo stesso bisogno.
Lo trovai seduto alla sua scrivania, a studiare il discorso
della vittoria nel piccolo studio accanto alla nostra camera
da letto stipato di libri sparsi ovunque. Il suo Buco. Mi avvicinai
e cominciai a massaggiargli le spalle.
Stai bene? dissi.
S.
Stanco?
No. Mi sorrise come per dimostrarmi che era vero. Solo
il giorno prima avevamo ricevuto la notizia che Toot, la nonna
ottantaseienne di Barack, da mesi malata di cancro, era
morta alle Hawaii. Barack, che gi aveva il rimpianto di non
aver detto addio a sua madre, si era fatto un dovere di far visita
a Toot. Avevamo portato da lei le bambine alla fine dell'estate
e lui era tornato da solo alla fine di ottobre,
abbandonando per un giorno la campagna. Era tutto molto
triste: Barack aveva perso la madre all'inizio della sua carriera
politica, due mesi dopo l'annuncio della candidatura al Senato
dell'Illinois. Adesso che aveva raggiunto l'apice della
sua carriera, non ci sarebbe stata la nonna a vederlo. Le persone
che l'avevano cresciuto non c'erano pi.
Sono orgogliosa di te, comunque vada a finire, dissi. Sei
stato bravissimo.
Si alz dalla sedia e mi abbracci. Anche tu, disse
stringendomi a s. Siamo stati bravi tutti e due.
Riuscii a pensare solo a tutto quello che avrebbe dovuto
sopportare.
Dopo la cena a casa, in famiglia, ci cambiammo d'abito e
andammo in centro a seguire lo spoglio delle schede con un
gruppo di amici e parenti in una suite dello Hyatt Regency
prenotata per noi. I collaboratori di Barack si erano raccolti
in un punto diverso dell'hotel per lasciarci un po' di privacy.
Anche Joe e Jill Biden avevano una suite per amici e parenti,
all'altro lato del corridoio.
I primi risultati arrivarono intorno alle sei di sera, ora di
Chicago: il Kentucky era andato a McCain e il Vermont a Barack.
Poi and a McCain la Virginia Occidentale, e quindi la
Carolina del Sud. La mia fiducia vacill leggermente, sebbene
nessuno di questi risultati costituisse una sorpresa. Secondo
Axe e Plouffe, che entravano e uscivano in continuazione
dalla stanza per annunciare ogni minima novit, tutto si stava
svolgendo come previsto. Anche se quegli aggiornamenti
erano in genere positivi, le chiacchiere politiche erano l'ultima
cosa che volevo sentire. Non avevamo il controllo su
niente, perci a cosa servivano? Avevamo spiccato il salto e
ora, in un modo o nell'altro, saremmo atterrati. In TV vedevamo
che migliaia di persone si stavano ammassando al
Grant Park, distante un paio di chilometri, in riva al lago,
dove i maxischermi mostravano i risultati e dove Barack avrebbe
tenuto uno dei suoi due discorsi. C'erano poliziotti praticamente
a ogni angolo, la Guardia costiera pattugliava il lago,
gli elicotteri giravano sopra le nostre teste. Sembrava che tutta
Chicago stesse trattenendo il respiro in attesa di notizie.
Il Connecticut and a Barack. Poi il New Hampshire. Cos
il Massachusetts, il Maine, il Delaware e il distretto federale
di Washington. Quando fu annunciato che Barack aveva
conquistato anche l'Illinois, sentimmo i clacson strombazzare
e le grida di entusiasmo salire dalle vie sottostanti.
Trovai una sedia vicino alla porta della suite e mi sedetti per
conto mio, osservando la scena che avevo di fronte. Adesso
la stanza era quasi silenziosa, i continui aggiornamenti degli
analisti avevano lasciato il posto a una calma composta e carica
di attesa. Alla mia destra, le bambine, con i loro vestitini,
uno rosso e uno nero, sedevano sul divano e, alla mia sinistra,
Barack, in maniche di camicia - la giacca del suo abito
sar stata appesa a qualche sedia nella stanza -, si era accomodato
su un altro divano, accanto a mia madre, che quella
sera indossava un elegante abito nero e portava orecchini
d'argento.
Sei pronta a tutto questo, nonna? sentii Barack chiederle.
Mia madre, che non era mai stata un tipo troppo emotivo,
si limit a guardarlo di traverso e ad alzare le spalle, e risero
entrambi. In sguito, per, mi raccont come proprio in
quel momento si fosse sentita sopraffatta, colpita, come me,
dalla vulnerabilit del genero. L'America aveva imparato a
conoscere Barack come una persona potente e sicura di s,
ma mia madre si rendeva anche conto della gravit del momento,
della solitudine del compito che l'attendeva. Eccolo
qui, quest'uomo che non aveva pi n madre n padre, in
procinto di diventare il leader del mondo libero.
Quando guardai di nuovo dalla loro parte, vidi che si tenevano
per mano.
Erano le dieci in punto quando le reti televisive presero a
trasmettere foto del mio sorridente marito dichiarando che Barack
Hussein Obama sarebbe diventato il quarantaquattresimo
presidente degli Stati Uniti d'America. Balzammo tutti in piedi
e incominciammo a urlare. Lo staff della campagna elettorale
si rivers nella stanza, e cos i Biden: ognuno si lanciava da un
abbraccio all'altro. Era surreale. Mi sembrava di essere sospesa
sopra il mio corpo e di osservare dall'alto le mie reazioni.
Ce l'aveva fatta. Tutti ce l'avevamo fatta. Sembrava quasi impossibile,
ma la vittoria era netta.
 qui che ebbi la sensazione che la nostra famiglia fosse
catapultata in uno strano universo sottomarino. Come in acqua,
le cose sembravano lente e lievemente distorte, nonostante
ci muovessimo veloci seguendo precise direttive: gli
agenti dei Servizi segreti ci guidarono verso un montacarichi
e poi ci fecero passare da un'uscita posteriore dell'albergo e
salire su un SUV in attesa. Respirai mentre uscivamo? Ringraziai
la persona che teneva aperta la porta mentre passavamo?
Sorridevo? Non lo so. Era come se stessi ancora cercando di
tornare alla realt nuotando a rana, una spinta delle gambe
dopo l'altra. In parte, pensai, doveva essere fatica. Era stata,
come previsto, una giornata molto lunga. Lo leggevo sui volti
intontiti delle bambine. Le avevo preparate per questa parte
della sera spiegando loro che, sia che pap avesse vinto sia
che avesse perso, saremmo andati tutti a una grande e rumorosa
festa in un parco.
Adesso scivolavamo lungo Lake Shore Drive in un corteo
di automobili scortate dalla polizia, in direzione sud, verso
Grant Park. Avevo percorso lo stesso tragitto centinaia di volte
in vita mia, da quando tornavo a casa in bus dalla Whitney
Young alle puntate in palestra prima dell'alba. Era la mia citt,
un posto che non poteva essermi pi familiare, eppure,
quella sera, era diversa, trasformata in qualcosa di stranamente
silenzioso. Era come se fossimo sospesi nel tempo e
nello spazio, un po' come in un sogno.
Malia guardava dal finestrino del SUV e osservava tutto con
attenzione.
Pap, disse con una voce quasi mortificata, non c' nessuno
per strada. Penso che non verr nessuno alla tua festa.
Barack e io ci scambiammo uno sguardo e scoppiammo a
ridere. Fu allora che ci accorgemmo che le nostre erano le
uniche auto sulla strada. Barack adesso era il presidente eletto.
I Servizi segreti avevano chiuso al traffico tutta quella parte
di Lake Shore Drive e bloccato ogni incrocio. Una
normale precauzione per un presidente, come avremmo imparato
ben presto. Ma per noi era una novit.
Ogni cosa era una novit.
Misi un braccio intorno a Malia. Sono gi tutti l, tesoro,
le dissi. Non preoccuparti, ci stanno aspettando.
E c'erano davvero. Pi di duecentomila persone si erano
accalcate nel parco per vederci. Sentivamo il ronzio carico
di attesa della folla mentre uscivamo dall'auto e venivamo
condotti verso una serie di tende bianche all'ingresso che
formavano un tunnel fino al palco. Un po' di amici e parenti
erano arrivati fin l per salutarci, solo che ora, a causa del
protocollo dei Servizi, erano costretti a restare al di l di un
cordone. Barack mi mise il braccio intorno alla vita, quasi
per assicurarsi che fossi ancora l.
Salimmo sul palco alcuni minuti dopo, tutti e quattro. Io
tenevo per mano Malia e Barack Sasha. Vidi un'infinit di
cose in un solo colpo d'occhio. Vidi che tutt'intorno al palco
era stata eretta una spessa parete di vetro antiproiettile. Vidi
un oceano di persone, molte delle quali sventolavano bandierine
americane. Il mio cervello non riusciva a registrare
tutto. Era tutto troppo grandioso.
Ricordo poco di quel discorso di Barack. Sasha, Malia e io
lo osservammo da dietro le quinte mentre lo pronunciava,
circondati da quei vetri, dalla nostra citt e dalla sicurezza di
pi di sessantanove milioni di voti. Ci che mi rimane  quella
sensazione di sicurezza, l'insolita tranquillit di quella sera
di novembre insolitamente tiepida, in riva al lago a Chicago.
Dopo tanti mesi di comizi elettorali che pulsavano di energia,
dove le folle erano incitate a esprimere il loro entusiasmo in
una frenesia di urla e canti, l'atmosfera a Grant Park era diversa.
Avevamo di fronte una massa gigantesca e festante di
americani che erano anche consapevoli. Quello che sentivo
era una sorta di silenzio. Mi sembrava perfino di distinguere
l'espressione di ogni volto nella folla. Molti occhi erano umidi
di lacrime.
Forse quella tranquillit me l'ero immaginata io, o forse
era l'effetto dell'ora tarda. Era quasi mezzanotte, in fondo.
E tutti avevamo aspettato. Avevamo aspettato da molto, molto
tempo.
...
Come siamo diventati qualcosa di pi. (19/24).

19.

Non esiste un prontuario per le nuove first lady degli Stati
Uniti. Tecnicamente, non  un lavoro n un titolo ufficiale
di governo. La posizione non prevede un'indennit n una
serie esplicita di obblighi.  uno strano tipo di sidecar della
presidenza, un posto che all'epoca in cui ci arrivai io era gi
stato occupato da pi di quarantatre donne diverse, ognuna
delle quali l'aveva interpretato a suo modo.
Sapevo poco delle first lady che mi avevano preceduto e
di come avevano affrontato quel ruolo. Sapevo che Jackie
Kennedy si era dedicata a riarredare la Casa Bianca. Ricordavo
che Rosalynn Carter partecipava alle riunioni di gabinetto,
che Nancy Reagan era finita nei guai per aver accettato
in regalo capi di alta moda e che Hillary Clinton era stata derisa
per aver assunto un ruolo politico nell'amministrazione
del marito. Una volta, un paio di anni prima, a un pranzo ufficiale
con le mogli dei senatori a Washington, avevo osservato
- per met sconvolta, per met ammirata - Laura Bush
posare, serena e sorridente, per le foto di rito con circa un
centinaio di persone, senza mai perdere la compostezza n
aver bisogno di una pausa. Le first lady comparivano al telegiornale
mentre prendevano il t con le mogli dei dignitari
stranieri; inviavano gli auguri ufficiali per le feste ed indossavano
begli abiti ai pranzi di Stato. Sapevo anche che di solito
sceglievano una o due cause da sostenere.
Capivo gi che io sarei stata giudicata con un metro differente.
Ero la prima e unica first lady afroamericana a metter
piede alla Casa Bianca ed ero quindi per forza di cose diversa.
Se alle first lady bianche che mi avevano preceduto il ruolo
conferiva quasi di diritto una certa aura di eleganza, sapevo
che per me non sarebbe stato lo stesso. Avevo imparato dagli
inciampi della campagna elettorale che dovevo essere ancora
pi brava, pi rapida, pi brillante e pi forte che mai. L'aura
avrei dovuto guadagnarmela. Temevo che molti americani
non si sarebbero riconosciuti in me n avrebbero avvertito un
legame con il mio percorso. Non mi sarebbe stato concesso il
lusso di adattarmi lentamente al mio nuovo ruolo prima di essere
giudicata. E quando si trattava di essere giudicata, ero vulnerabile
pi che mai alle paure infondate ed agli stereotipi
razziali latenti appena sotto la superficie della pubblica coscienza,
pronti a essere ridestati dalle voci e dalle insinuazioni.
Ero insieme intimorita ed euforica per essere la first lady,
ma non ho mai pensato nemmeno per un secondo che fosse
un ruolo affascinante e facile. Nessuno che abbia gli aggettivi
primo e nero associati al suo nome lo penserebbe. Ero
ai piedi di una montagna e sapevo che avrei dovuto trovare
la mia via per scalarla fino in cima e conquistare il favore degli
americani.
Per me, si trattava di rivivere l'antico botta e risposta interiore
che risaliva ai tempi delle superiori, quando ero arrivata
alla Whitney Young e mi ero sentita all'improvviso attanagliata
dai dubbi. La fiducia in se stessi, avevo imparato in quella
occasione, a volte va trovata dentro di s. Me l'ero ripetuto
molte volte ormai, durante molte delle mie scalate.
Sono brava abbastanza? S.
I settantasei giorni tra l'elezione e l'insediamento mi sembravano
un momento cruciale per cominciare a definire il
modo in cui avrei interpretato il mio ruolo di first lady. Dopo
tutti gli sforzi compiuti per abbandonare la carriera legale e
trovare un lavoro capace di contribuire al benessere della comunit,
sapevo che sarei stata felice solo se avessi potuto impegnarmi
per ottenere risultati misurabili. Volevo scegliere
istanze che sentissi davvero mie, di cui avrei potuto parlare
sinceramente. Intendevo mantenere le promesse fatte alle
mogli dei militari che avevo incontrato durante la campagna
elettorale, aiutarle a condividere le loro storie e lanciare iniziative
per sostenerle. E poi c'erano le altre idee: coltivare un
orto e cercare di migliorare su vasta scala la salute e l'alimentazione
dei bambini.
Non avrei affrontato nessuna di queste sfide improvvisando.
Avevo intenzione di arrivare alla Casa Bianca con una
strategia gi pronta e curata nei dettagli, e una squadra di
collaboratori che mi avrebbe sostenuta. Se c'era qualcosa che
avevo imparato dagli aspetti peggiori della campagna elettorale,
dalla miriade di modi in cui la gente aveva cercato di
dipingermi come una persona arrabbiata o indegna, era che
il giudizio dell'opinione pubblica si insinua fino a riempire
ogni vuoto. Se non esci allo scoperto e fai vedere chiaramente
chi sei, saranno istantaneamente gli altri a definirti, in maniera
approssimativa e ingiusta. Per questo motivo non mi
interessava interpretare passivamente il mio ruolo e aspettare
che fosse il team di Barack a indicarmi la strada. Dopo aver
superato la prova del fuoco dell'ultimo anno, sapevo che non
mi sarei pi lasciata attaccare in quel modo.
In testa avevo un turbinio di cose da fare. Non c'era stato
modo di programmare la transizione. Farlo prima del tempo
sarebbe stato considerato presuntuoso. Per una pianificatrice
come me era stato difficile trattenersi. Cos, adesso,
ci toccava lavorare freneticamente. La mia priorit era pensare
a Sasha e Malia: volevo che fossero sistemate nel modo
pi rapido e comodo possibile, e questo significava definire
con esattezza l'organizzazione del nostro trasloco e trovare
una nuova scuola a Washington in cui avrebbero potuto essere
felici.
Sei giorni dopo l'elezione, volai a Washington dove avevo
preso appuntamento con la direzione di un paio di scuole.
In condizioni normali, avrei prestato attenzione solo alla qualit
dell'insegnamento e al livello culturale, ma ormai eravamo
ben lontani dalla normalit. C'erano un sacco di nuovi
ingombranti fattori da considerare e discutere: i protocolli
dei Servizi segreti, le procedure di evacuazione in caso di
emergenza, le strategie per proteggere la privacy delle nostre
figlie adesso che avevano gli occhi dell'intera nazione puntati
addosso. La complessit delle variabili era aumentata in maniera
esponenziale, coinvolgeva un numero maggiore di person
e bisognava discutere pi volte prima di prendere anche
la pi piccola decisione.
Grazie al cielo, durante la transizione fui in grado di conservare
al mio fianco Melissa, Katie e Kristen, le mie collaboratrici
durante la campagna elettorale. Ci dedicammo
immediatamente a studiare la logistica del trasferimento della
nostra famiglia e, nel frattempo, cominciai ad assumere
altri collaboratori - addetti alla pianificazione, esperti di politica,
professionisti della comunicazione - per i miei futuri
uffici nella East Wing, l'ala orientale della Casa Bianca, e a
fare colloqui per scegliere quelli che avrebbero lavorato nella
residenza della nostra famiglia. Una delle prime persone
assunte fu Jocelyn Frye, una vecchia amica della Law School
dotata di una fantastica mente analitica che accett di diventare
il mio direttore politico per aiutarmi a sovrintendere
alle iniziative che intendevo lanciare.
Barack, nel frattempo, lavorava all'assegnazione dei posti nel
suo gabinetto e si consultava con vari esperti sulle prime misure
per affrontare la crisi economica. Pi di dieci milioni di
americani erano disoccupati e l'industria automobilistica era
in caduta libera. Capivo dalla mandibola contratta con cui mio
marito usciva da quelle riunioni che la situazione era peggiore
di quanto comprendesse la maggioranza degli americani.
Adesso riceveva giornalmente i rapporti scritti dell'intelligence
ed era al corrente dei segreti pi gravosi della nazione: le minacce
riservate, le alleanze segrete e le operazioni sotto copertura
di cui l'opinione pubblica restava all'oscuro.
Eravamo sotto la diretta protezione dei Servizi segreti (e
lo saremmo stati per gli anni a venire), e ricevemmo i nostri
nomi in codice ufficiali. Barack era Renegade, Rinnegato,
e io Renaissance, Rinascimento. Alle bambine permisero
di scegliere da sole da un elenco di allitterazioni alternative.
Malia divent Radiance, Radiosit, e Sasha scelse Rosebud,
Bocciolo di rosa. (Pi tardi, anche mia madre avrebbe
avuto il suo nome informale in codice, Raindance, Danza
della pioggia).
Quando si rivolgevano direttamente a me, gli agenti dei Servizi
segreti mi chiamavano sempre ma'am, la contrazione di madam.
Per esempio: Da questa parte, ma'am. Indietro, per favore,
ma'am. E: Ma'am, la sua auto sar qui a momenti.
Chi  questa ma'am?, volevo chiedere le prime volte.
Immaginavo che ma'am fosse una donna anziana, con la borsetta
e le scarpe comode, seduta da qualche parte l intorno.
Ma ero io ma'am. Ma'am era me. Era parte del cambiamento,
di questa folle transizione che stavamo vivendo.
Pensavo a tutto questo il giorno in cui andai a Washington
a scegliere la scuola per le bambine. Dopo uno dei miei appuntamenti
tornai al Reagan National Airport per incontrarmi
con Barack che era atteso da Chicago su un volo privato.
Come prevedeva il protocollo, eravamo stati invitati dal presidente
Bush e da sua moglie a passare dalla Casa Bianca per
una visita, e avevamo fatto coincidere l'occasione con il mio
viaggio. Quando l'aereo di Barack atterr io mi trovavo nel
terminal privato. Accanto a me c'era Cornelius Southall, uno
degli agenti a capo della mia scorta personale.
Cornelius era un ex giocatore di football del college con
le spalle quadrate che aveva gi fatto parte della squadra di
sicurezza del presidente Bush. Come tutti i miei capiscorta
era brillante, addestrato a essere iperattento in ogni circostanza,
un sensore umano. Persino l, mentre guardavamo
entrambi l'aerotaxi di Barack fermarsi a forse venti metri da
noi sulla pista d'atterraggio, colse un segno prima che io potessi
rendermene conto.
Ma'am, disse mentre gli giungeva una nuova informazione
attraverso l'auricolare, la sua vita sta per cambiare per
sempre.
Quando lo guardai con aria interrogativa, aggiunse:
Aspetti un attimo.
Poi indic verso destra e io mi voltai. In quell'esatto istante,
qualcosa di massiccio svolt l'angolo: un serpentone di
veicoli, un esercito che comprendeva una falange di auto e
motociclette della polizia, un certo numero di SUV neri, due
limousine blindate con le bandiere americane sul cofano, un
camion attrezzato per l'intervento in presenza di sostanze
pericolose, una squadra speciale addestrata per rispondere
agli attacchi con le mitragliatrici ben in vista, un'ambulanza,
un camion con il radar equipaggiato per rilevare eventuali
proiettili in arrivo, diversi furgoncini passeggeri e un altro
gruppo di scorte di polizia. Il corteo presidenziale. Comprendeva
almeno venti veicoli e si mosse in formazione orchestrata,
auto dopo auto dopo auto, prima di rallentare ed infine
fermarsi piano, le due limousine direttamente di fronte all'aereo
parcheggiato di Barack.
Mi voltai verso Cornelius: C' anche l'auto con i clown?
dissi. Sul serio, d'ora in poi dovr andare in giro con questa
roba?
Cornelius sorrse. Ogni giorno per tutta la durata della
sua presidenza, s, rispose. Sar cos tutti i santi giorni.
Osservai lo spettacolo: tonnellate e tonnellate di metallo,
una squadra di truppe speciali, tutto a prova di proiettile. Avrei
capito solo in sguito che quello era solo met dell'apparato
di sicurezza di Barack. Non sapevo, allora, che c'era sempre
un elicottero nelle vicinanze, pronto a caricarlo a bordo, che
i tiratori scelti si sarebbero appostati sui tetti lungo le strade
che percorreva, che accanto a lui ci sarebbe sempre stato un
medico personale in caso insorgessero problemi di salute o
che il veicolo su cui si trovava trasportava una riserva di sangue
del suo gruppo sanguigno in caso avesse avuto immediato bisogno
di una trasfusione. Nel giro di alcune settimane, appena
prima della cerimonia di insediamento, sarebbe stato pronto
un nuovo modello di limousine presidenziale, giustamente
chiamata la Bestia: un carro armato di sette tonnellate mascherato
da veicolo di lusso, equipaggiato con cannoni lacrimogeni
nascosti, gomme a prova di foratura e un sistema di ventilazione
a tenuta stagna che avrebbe dovuto mettere Barack al
sicuro in caso di attacco biologico o chimico.
Ormai ero sposata con uno degli esseri umani pi protetti
della terra. Era una consapevolezza al tempo stesso rassicurante
e spaventosa.
Guardai Cornelius, che mi fece cenno di andare avanti in
direzione della limousine.
Adesso pu avvicinarsi, ma'am, disse.
In vita mia ero entrata alla Casa Bianca solo una volta, un
paio di anni prima. Tramite l'ufficio di Barack al Senato mi
ero iscritta con Malia e Sasha a un tour speciale durante una
delle nostre visite a Washington, immaginando che sarebbe
stata un'esperienza divertente. Le visite alla Casa Bianca, in
genere, non prevedono una guida, ma quella volta il piccolo
gruppo di cui facevamo parte fu accompagnato da un funzionario
dell'edificio, che ci condusse attraverso i suoi grandiosi
corridoi e le varie sale aperte al pubblico.
Osservammo stupite i lampadari di vetro intagliato che
pendevano dall'alto soffitto della Sala orientale, dove nel corso
della storia si sono tenuti balli e ricevimenti fastosi, ed esaminammo
le guance rosse di George Washington e la sua
espressione seria nell'enorme ritratto con la cornice dorata
appeso a una delle pareti. Apprendemmo, grazie alla nostra
guida, che verso la fine del Settecento la first lady Abigail
Adams aveva usato quello spazio gigantesco per stendere la
biancheria e che alcuni decenni dopo, durante la Guerra di
secessione, vi erano state acquartierate temporaneamente le
truppe dell'Unione. Nella Sala orientale avevano avuto luogo
alcuni matrimoni di figlie dei presidenti. Anche le bare di
Abraham Lincoln e John F. Kennedy erano state esposte l.
La mia mente passava al setaccio tutti i vari presidenti cercando
di combinare quello che ricordavo dalle lezioni di storia
con le immagini delle famiglie che avevano percorso
proprio quei corridoi. Malia, che all'epoca aveva otto anni,
era intimorita soprattutto dalle dimensioni del luogo, mentre
Sasha, che ne aveva cinque, faceva del suo meglio per non
toccare le molte cose che non si dovevano toccare. Mantenne
coraggiosamente il controllo anche quando passammo dalla
Sala orientale alla Sala verde che aveva le pareti rivestite di
delicata seta color smeraldo, e dove ascoltammo una storia
che riguardava il presidente James Madison e la guerra
anglo-americana del 1812, e poi alla Sala blu, che vantava mobili
francesi e ci fu mostrata raccontandoci una storia sul matrimonio
del presidente Grover Cleveland, ma quando la nostra
guida chiese se volevamo seguirla nella Sala rossa, Sasha mi
guard e sbott, nel tono agitato che hanno i bambini
dell'asilo quando sono esasperati: Oh, nooo, un'altra SALA
no!. Io la zittii immediatamente e le lanciai il tipico sguardo
da madre che dice: Non farmi fare brutte figure!
Ma chi, onestamente, poteva darle torto? La Casa Bianca
 un posto enorme: 132 stanze, 35 bagni e 28 caminetti disposti
su sei piani, il tutto cos ricolmo di storia che un solo
tour non basterebbe nemmeno per iniziare a raccontarla.
Era francamente difficile immaginare di vivere l. Da qualche
parte del piano sottostante, gli impiegati governativi entravano
e uscivano dall'edificio mentre in quello superiore,
dove si trovava la residenza della famiglia, vivevano il presidente
e la first lady con i loro Scottish terrier. Noi per ci trovavamo
in un'altra area, quella ferma nel tempo, un museo che ha il
valore di un simbolo vivente e dove  in mostra il passato glorioso
della nazione.
Due anni dopo, eccomi tornare, questa volta attraverso
un'altra porta, e insieme a Barack. Andavamo a vedere il luogo
che sarebbe diventato la nostra casa.
Il presidente Bush e sua moglie ci accolsero nella Sala di
ricevimento dei diplomatici, vicina al Prato meridionale. La
first lady mi strinse calorosamente la mano. Per favore, chiamiamoci
per nome, disse. Suo marito fu altrettanto cordiale.
Il suo nobile spirito texano sembrava capace di superare ogni
rancore dovuto alla politica. Durante la campagna elettorale
Barack aveva spesso criticato in minuto dettaglio la leadership
del presidente ed aveva promesso agli elettori che avrebbe rimediato
ai suoi numerosi errori. Bush, da repubblicano, aveva
naturalmente sostenuto la candidatura di John McCain.
Ma aveva anche giurato di rendere questa transizione la pi
facile della storia, e aveva ordinato a ogni dipartimento della
divisione esecutiva di preparare dei raccoglitori con le istruzioni
per il nuovo presidente. Anche i collaboratori della first
lady stavano mettendo insieme liste di contatti, calendari e
campioni di corrispondenza per aiutarmi negli impegni sociali
legati al mio nuovo ruolo. Dietro tutto ci c'era una gentilezza
di fondo, un amore genuino per il Paese che
apprezzer e ammirer sempre.
Anche se il presidente Bush non lo espresse in modo esplicito,
giurerei di aver visto i primi segni del sollievo sul suo
volto: era consapevole che il suo incarico era ormai giunto
al termine, era vicino al traguardo della sua corsa e presto
sarebbe tornato a casa, in Texas. Era ora di far entrare il prossimo
presidente.
Quando i nostri mariti si allontanarono per andare a parlare
nello Studio ovale, Laura mi condusse all'ascensore privato,
con la boiserie alle pareti, riservato al presidente ed alla
sua famiglia, azionato da un afroamericano in smoking dai
modi signorili.
Mentre salivamo di due piani alla residenza della famiglia,
Laura mi chiese come stavano Sasha e Malia. Aveva sessantadue
anni e si era occupata di due figlie pi grandi durante
la presidenza del marito. Ex insegnante e bibliotecaria, aveva
usato il suo ruolo di first lady per promuovere l'istruzione e
sostenere gli insegnanti. Mi guard attentamente con i suoi
cordiali occhi azzurri.
Come si sente? mi chiese.
Un po' sopraffatta, ammisi.
Sorrise. Sembrava provasse una piet autentica nei miei
confronti. Capisco. Mi creda, capisco.
Al momento non riuscii ad afferrare completamente il significato
di quelle parole, ma in sguito ci avrei ripensato
spesso: Barack e io stavamo per entrare a far parte di un
gruppo molto ristretto di persone, composto dai Clinton, i
Carter, due generazioni di Bush, Nancy Reagan e Betty Ford.
Erano le uniche persone sulla terra che sapevano quel che
ci aspettava e avevano provato le delizie e le croci della vita
alla Casa Bianca. Al di l di tutte le possibili differenze,
questo legame ci avrebbe sempre accomunate.
Laura mi fece visitare la residenza mostrandomi una stanza
dopo l'altra. L'area privata della Casa Bianca occupa quasi
duemila metri quadrati sui due ultimi piani dell'edificio principale,
la parte riconoscibile nelle foto per via delle tipiche
colonne bianche. Vidi la sala da pranzo dove le famiglie presidenziali
consumano i pasti e infilai la testa nella linda cucina
dove il personale era gi al lavoro per preparare la cena.
Visitai gli alloggi degli ospiti all'ultimo piano, e li ispezionai
per capire se fossero adatti a mia madre nel caso fossimo riusciti
a convincerla a trasferirsi da noi. (C'era anche una piccola
palestra, lass, e fu il luogo che entusiasm di pi Barack
e il presidente Bush durante la versione maschile del tour).
Io ero pi interessata a controllare le due camere da letto
che pensavo sarebbero andate meglio per Sasha e Malia,
proprio in fondo al corridoio della camera padronale.
Per me era cruciale che le ragazze si trovassero a proprio
agio e si sentissero a casa. Tolto tutto quel lusso - la realt
fiabesca di trasferirsi in una grande casa con chef, una pista
da bowling e una piscina -, quello che stavamo facendo Barack
e io era una cosa che nessun genitore in realt vuole
fare: strappare i propri figli a met dell'anno scolastico dalla
scuola che amano, portarli lontano dai loro amici e calarli
senza preavviso in una nuova casa e in una nuova scuola. Il
pensiero mi preoccupava, anche se mi confortava sapere che
l'avevano gi fatto con successo altre madri e altri bambini.
Laura mi condusse in una stanza graziosa e molto luminosa
accanto alla camera da letto padronale, usata tradizionalmente
come spogliatoio dalle first lady. Mi indic la finestra
attraverso cui si vedevano il Giardino delle rose e lo Studio
ovale, aggiungendo che la possibilit di guardare fuori e, in
alcuni casi, avere un'idea di quello che stava facendo il marito
le dava un senso di benessere. Hillary Clinton, disse,
l'aveva portata alla stessa finestra quando, otto anni prima,
era toccato a lei, come quel giorno a me, venire in visita alla
Casa Bianca. E otto anni prima di allora, sua suocera, Barbara
Bush, aveva mostrato quel panorama ad Hillary. Io guardai
dalla finestra, sentendomi piccola al pensiero di far parte di
una sequenza ininterrotta.
Nei mesi seguenti, avrei percepito la forza del legame con
queste donne. Hillary fu tanto gentile da telefonarmi per offrirmi
la sua esperienza, compresa la scelta della scuola per
la figlia Chelsea. Incontrai Rosalynn Carter e una volta parlai
al telefono con Nancy Reagan, entrambe molto affabili e
pronte ad aiutarmi. Laura mi invit a ritornare con Sasha e
Malia un paio di settimane dopo quella prima visita, un giorno
in cui ci sarebbero state anche le sue due figlie, Jenna e
Barbara, per mostrare alle mie bambine le parti divertenti
della Casa Bianca, dalle poltrone imbottite del cinema interno
a come scivolare lungo il corridoio in pendenza dell'ultimo
piano.
Tutto questo mi diede coraggio. Non vedevo l'ora che arrivasse
il giorno in cui avrei potuto trasmettere tutto ci che
sapevo alla first lady che avrebbe preso il mio posto.
Fin che ci trasferimmo a Washington subito dopo le vacanze
natalizie alle Hawaii, in modo che Sasha e Malia potessero
iniziare la scuola quando i loro nuovi compagni tornavano dalla
pausa invernale. Mancavano ancora tre settimane all'insediamento,
perci fummo costretti a trovare una sistemazione
temporanea e affittammo alcune stanze all'ultimo piano dell'hotel
Hay-Adams nel centro di Washington. Le nostre camere
davano su Lafayette Square e sul Prato settentrionale della
Casa Bianca, dove vedevamo la tribuna e le gradinate di metallo
in allestimento per la parata inaugurale. Washington, in
generale, fu accogliente con noi. Su un edificio di fronte all'albergo
qualcuno aveva appeso uno striscione enorme con
la scritta Benvenute Malia e Sasha. Mi sentii un groppo in
gola quando lo vidi.
Dopo parecchie ricerche, due visite e molti colloqui,
scegliemmo di iscrivere le nostre figlie alla Sidwell Friends, una
scuola privata quacchera dall'eccellente reputazione. Sasha
avrebbe frequentato la seconda elementare nell'edificio che
ospitava le classi del primo ciclo, situato nei sobborghi di
Bethesda, nel Maryland, e Malia la quinta nel blocco principale,
in un isolato tranquillo pochi chilometri a nord della
Casa Bianca. Entrambe avrebbero dovuto raggiungere la
scuola con un corteo di automobili, ognuna scortata da un
gruppo di uomini armati dei Servizi segreti, alcuni dei quali
sarebbero rimasti di guardia fuori dalle loro classi e le avrebbero
seguite a ogni intervallo, mentre giocavano o praticavano
sport.
Adesso vivevamo in una specie di bolla, isolati, almeno parzialmente,
dal mondo di tutti i giorni. Non ricordavo pi l'ultima
volta che avevo fatto una commissione per conto mio od
una passeggiata nel parco per puro svago. Tutti i nostri movimenti
dovevano essere discussi preliminarmente per motivi
di sicurezza e di calendario. Intorno a noi, la bolla si era formata
lentamente nel corso della campagna elettorale con
l'aumentare della notoriet di Barack, quando divent sempre
pi necessario tracciare confini tra noi e il pubblico, e
in alcuni casi anche tra noi, i nostri amici e i nostri famigliari.
Era strano trovarsi nella bolla e, per me, non era una sensazione
particolarmente piacevole, ma capivo che era la scelta
migliore. Accompagnati dalla solita scorta, i nostri veicoli
non si fermavano pi ai semafori. Raramente entravamo od
uscivamo da un edificio dalla porta principale, se ci potevano
far passare in fretta da una di servizio o da un ingresso laterale
adibito al carico e scarico delle merci. Dal punto di vista
dei Servizi segreti, meno eravamo visibili meglio era.
Mi attaccavo alla speranza che la bolla di Sasha e Malia potesse
essere diversa, che potessero vivere al sicuro ma non
prigioniere, che il loro raggio d'azione fosse maggiore del
nostro. Volevo che si facessero degli amici, amici veri, che
trovassero bambini a cui piacesse stare insieme a loro non
perch erano le figlie di Barack Obama. Volevo che imparassero,
vivessero le loro avventure, commettessero errori e si
rialzassero in piedi. Speravo che la scuola, per loro, potesse
costituire una specie di rifugio, un luogo dove essere loro
stesse. La Sidwell Friends ci era piaciuta per una serie di motivi,
incluso il fatto che l'aveva frequentata Chelsea Clinton
quando suo padre era presidente. Il personale sapeva come
salvaguardare la privacy dei ragazzi che provenivano da famiglie
sulle quali si concentrava l'attenzione dei media e aveva
gi messo in atto i necessari accorgimenti per la sicurezza
di Malia e Sasha, il che significava che non ci sarebbe stato
bisogno di prosciugare le casse della scuola. Soprattutto mi
piaceva la sensazione che trasmetteva quel posto. La filosofia
quacchera  basata sulla comunit, costruita intorno all'idea
che nessun individuo debba essere considerato superiore a
un altro, il che mi sembrava un salutare contrappeso a tutto
il trambusto che ora circondava il loro padre.
Il primo giorno di scuola Barack e io facemmo colazione
presto con Malia e Sasha nella nostra suite, prima di aiutarle
a indossare il cappotto. Barack non riusc a trattenersi dal
dare loro qualche consiglio su come sopravvivere alla prima
esperienza in una nuova scuola (sorridete sempre, siate educate,
ascoltate gli insegnanti) aggiungendo alla fine, mentre
le bambine si mettevano gli zaini viola sulle spalle: E soprattutto
non infilatevi le dita nel naso!.
Mia madre ci raggiunse nel corridoio e scendemmo insieme
in ascensore.
Fuori dall'albergo, i Servizi segreti avevano montato una
tenda di sicurezza per nasconderci alla vista dei fotografi e
delle troupe televisive che si erano appostati all'ingresso,
sempre desiderosi di procurarsi immagini della nostra famiglia
nel periodo della transizione. Eravamo arrivati da Chicago solo
la sera prima e Barack sperava di poter accompagnare le
bambine a scuola, ma sapeva che avrebbe creato troppo trambusto.
Il suo corteo di automezzi era troppo imponente. Era
diventato troppo ingombrante. Gli leggevo il dispiacere negli
occhi mentre Sasha e Malia lo abbracciavano per salutarlo.
Fui io dunque, insieme a mia madre, ad accompagnare le
bambine in quella che sarebbe diventata la loro nuova forma
di scuolabus: un SUV nero con i vetri antiproiettile oscurati.
Quella mattina cercai di mostrarmi tranquilla, sorridendo e
scherzando. Dentro di me, per, percepivo un nervosismo
martellante, come se camminassi sul filo di un rasoio. Arrivammo
prima alla scuola di Malia ed entrammo passando attraverso
un nugolo di macchine fotografiche e telecamere,
affiancate dagli agenti dei Servizi segreti. Dopo aver affidato
Malia al suo nuovo insegnante, il corteo ci port a Bethesda,
dove feci il bis con la piccola Sasha, lasciandola in una graziosa
classe con i banchi bassi e ampie finestre, che pregavo
fosse un luogo sicuro e sereno.
Ritornai alle auto che mi riportarono in albergo, al sicuro
nella mia bolla. Mi aspettava una giornata piena, con
un'agenda fitta di appuntamenti, ma avrei avuto il pensiero
fsso alle mie figlie. Come sarebbe stato il primo giorno nella
nuova scuola? Cosa avrebbero mangiato? Gli altri studenti le
avrebbero guardate con aria sbalordita o le avrebbero fatte
sentire a casa? Pi tardi avrei visto una foto di Sasha durante
il viaggio di quella mattina. Mi fece piangere. Credo l'avessero
scattata mentre io accompagnavo Malia dentro la scuola
e lei aspettava nell'auto con mia madre. Aveva la faccina rotonda
premuta contro il vetro del finestrino del SUV e guardava
fuori, osservando i fotografi e gli spettatori con gli occhi
sbarrati e pensierosi. Era impossibile leggerle nella mente,
ma aveva un'espressione seria.
Stavamo pretendendo molto da entrambe. Quel pensiero
non mi abbandon non solo quel giorno, ma nei mesi e negli
anni a venire.
Il ritmo della transizione non rallentava mai. Ero bombardata
dalle decisioni da prendere: centinaia, e tutte chiaramente
urgenti. Toccava a me scegliere ogni cosa, dagli asciugamani
per i bagni al dentifricio, dal detersivo per i piatti alla birra
per la residenza della Casa Bianca; decidere cosa indossare
per la cerimonia di insediamento e i balli eleganti che sarebbero
seguiti e capire come sistemare i circa centocinquanta
tra parenti e amici che avevamo invitato a Washington per assistere
al giuramento. Delegai quello che potevo a Melissa e
agli altri membri della mia squadra. Assumemmo anche Michael
Smith, un giovane arredatore di talento che ci aveva consigliato
un amico di Chicago per aiutarci con i mobili e la
ritinteggiatura di residenza e Studio ovale.
Il presidente eletto, appresi, aveva a disposizione 100000
dollari di fondi federali per coprire le spese di trasloco e risistemazione,
ma Barack insistette perch pagassimo usando
i diritti del suo libro che avevamo messo da parte.  cos da
quando lo conosco: se si tratta di denaro ed etica non transige
ed obbedisce a standard persino pi elevati di quelli previsti
dalla legge. Nella comunit nera c' una vecchia
massima: Devi essere bravo il doppio per ottenere la met. Eravamo
la prima famiglia afroamericana alla Casa Bianca e ci avrebbero
considerato come rappresentativi della nostra razza.
Sapevamo che ogni sbaglio od errore di giudizio sarebbe stato
ingigantito.
In generale, pi che pianificare i nuovi arredi o la cerimonia
di insediamento, a me interessava capire cosa avrei potuto
fare grazie al mio nuovo ruolo. Per come la vedevo, in
realt non dovevo fare niente. Niente mansionario significa
nessuna richiesta, perci ero libera di stilare il mio programma
di attivit da svolgere. Volevo garantire che ogni mio sforzo
contribuisse a portare avanti gli obiettivi generali della
nuova amministrazione.
Con mio grande sollievo, tutte e due le nostre bambine
tornarono a casa felici dal loro primo giorno nella nuova
scuola, e poi dal secondo e dal terzo. A Sasha erano stati assegnati
dei compiti, cosa che non le era mai capitata prima.
Malia era gi stata iscritta a cantare in un concerto con il coro
scolastico. Ci riferirono che alcuni bambini delle altre classi
si erano girati una seconda volta a guardarle, ma erano tutti
gentili. Di giorno in giorno, il viaggio con il corteo di automobili
assunse sempre pi l'aspetto di una routine. Dopo circa
una settimana, le bambine si sentirono sufficientemente
a proprio agio da andare a scuola senza di me e farsi accompagnare
a mia madre, il che automaticamente rese
l'avanti-indietro tra casa e scuola un po' meno spettacolare,
dal momento che era coinvolto un minor numero di agenti,
di veicoli e di armi.
All'inizio, mia madre non voleva venire a stare con noi a
Washington, ma io avevo molto insistito. Le bambine avevano
bisogno di lei. Io avevo bisogno di lei. E mi piaceva pensare
che anche lei avesse bisogno di noi. Negli ultimi due
anni, era stata una presenza quasi quotidiana nelle nostre vite
ed il suo senso pratico un balsamo per le preoccupazioni di
tutti. Tuttavia, in settantun anni non aveva mai vissuto in un
altro posto che non fosse Chicago. Era riluttante ad abbandonare
il South Side e la sua casa in Euclid Avenue. (Amo
queste persone, ma amo anche la mia casa, aveva detto a un
giornalista dopo le elezioni, senza mezzi termini. La Casa
Bianca mi ricorda un museo. Cio, come si fa a dormire in
un museo?)
Cercai di spiegarle che se si fosse trasferita a Washington
avrebbe conosciuto persone interessanti di tutti i tipi, non
avrebbe pi dovuto cucinare o fare le pulizie, e all'ultimo
piano della Casa Bianca avrebbe avuto per s pi spazio di
quanto non ne avesse mai avuto a casa sua. Niente di tutto
questo le importava. Mia madre era disinteressata ad ogni sorta
di glamour o pubblicit.
Alla fine, chiamai Craig. Devi parlare tu alla mamma al
posto mio, dissi. Per favore, fa' in modo che dica di s.
Funzion. Craig era bravo a costringere la gente a fare le
cose quando era necessario.
Alla fine mia madre venne a stare con noi a Washington e
ci sarebbe rimasta per otto anni, ma all'epoca dichiar che
si trattava di una soluzione temporanea, che si sarebbe fermata
solo finch le bambine non si fossero abituate. Rifiut
anche di essere messa in una bolla. Non accett la protezione
dei Servizi segreti ed evitava i media per mantenere un profilo
basso e avere maggior libert di movimento. Avrebbe
conquistato il personale della Casa Bianca insistendo a lavarsi
da sola la propria biancheria e negli anni a venire sarebbe
uscita ed entrata dalla residenza a suo piacimento oltrepassando
i cancelli per andare nella farmacia o nel grande magazzino
pi vicini quando le serviva qualcosa. Si fece nuovi
amici e usciva regolarmente con loro a pranzo. Ogni volta
che uno sconosciuto la fermava per dirle che assomigliava
come una goccia d'acqua alla madre di Michelle Obama, lei
si limitava ad alzare le spalle e rispondere educatamente: S,
me lo dicono spesso, e continuava con le sue faccende.
Come sempre mia madre faceva le cose a modo suo.
Alla cerimonia ufficiale per l'insediamento venne tutta la
mia famiglia: zie, zii e cugini. Arrivarono i nostri amici di Hyde
Park, insieme alle mie amiche di Chicago e ai loro mariti. Tutti
portarono i figli. Avevamo organizzato feste doppie, per i grandi
e per i piccoli, durante l'intera settimana, incluso un concerto
per i bambini la sera prima della cerimonia, un pranzo
separato per loro durante il tradizionale pranzo ufficiale in
Campidoglio dopo il giuramento, una caccia al tesoro e una
festa, sempre per loro, alla Casa Bianca, che sarebbe andata
avanti mentre noi adulti partecipavamo ai balli inaugurali.
Uno degli inattesi doni del cielo dei mesi finali della campagna
elettorale era stata una fusione armonica della nostra
famiglia con quella di Joe Biden. Nonostante solo pochi mesi
prima fossero stati rivali, Barack e Joe si intendevano istintivamente:
sono entrambi capaci di scivolare con facilit dalla
seriet del lavoro alla spensieratezza della famiglia.
Jill, la moglie di Joe, mi piacque subito. Ammiravo la sua
dolce forza d'animo e la sua dedizione al lavoro. Aveva sposato
Joe, diventando cos la matrigna dei suoi due figli, nel
1977, cinque anni dopo la tragica morte, in un incidente stradale,
della prima moglie e della figlia di un anno. In sguito
avevano avuto una figlia loro. Jill aveva da poco ottenuto il
dottorato in Scienze dell'educazione ed era riuscita ad insegnare
inglese in un college in Delaware non solo negli anni
in cui Joe era senatore, ma anche durante le sue due campagne
presidenziali. Come me, era interessata a trovare nuove
formule per sostenere le famiglie dei militari. In pi, il suo
coinvolgimento emotivo nella questione era diretto: Beau Biden,
il figlio maggiore di Joe, si trovava in Iraq con la Guardia
nazionale. Avrebbe fruito di una breve licenza per tornare a
Washington e assistere al giuramento del padre.
E poi c'erano i loro nipoti, cinque, tutti simpatici ed estroversi
come Joe e Jill. Erano arrivati alla convention democratica
a Denver, avevano subito accolto Sasha e Malia nel loro
chiassoso gruppetto e le avevano invitate a dormire da loro,
nella suite di Joe. A loro non importava la politica, ma solo
la possibilit di fare nuove amicizie. Era sempre un piacere
avere i piccoli Biden intorno.
Il giorno dell'insediamento il freddo era pungente. La temperatura
non sal mai sopra lo zero, e con il vento sembrava
di stare piuttosto a meno dieci. Quel mattino, Barack e io ci
recammo in chiesa con le bambine, mia madre, Craig e Kelly,
Maya e Konrad e Marna Kaye. Continuavamo a sentire che la
gente aveva cominciato a mettersi in coda prima dell'alba nel
National Mall, il lungo viale monumentale, tutti infagottati,
in attesa dell'inizio delle celebrazioni. Anch'io avrei preso un
sacco di freddo quel giorno, ma non dimenticher mai come
tutte quelle persone siano rimaste all'aperto molte pi ore di
me, convinte che valesse la pena sopportare il gelo. Avremmo
appreso poi che quasi due milioni di persone avevano invaso
il Mall quel giorno, giunte da ogni angolo del Paese. Un mare
di variet, energia e speranza che si estendeva per quasi due
chilometri dal Campidoglio fino a superare il Monumento di
Washington.
Dopo la chiesa, Barack e io ci dirigemmo alla Casa Bianca
per raggiungere Joe e Jill, insieme al presidente Bush, al vicepresidente
Dick Cheney e alle loro mogli per sorseggiare una
tazza di t o di caff, prima di raggiungere con lo stesso corteo
di auto il Campidoglio per il giuramento. Barack aveva ricevuto
i codici di autorizzazione che gli avrebbero permesso di
accedere all'arsenale nucleare del Paese e le istruzioni sui
protocolli per il loro utilizzo. Da quel momento, ovunque andasse,
sarebbe stato seguito a distanza ravvicinata da un militare
incaricato di trasportare una valigetta di venti chili con i
codici di autenticazione per il lancio e sofisticate apparecchiature
di comunicazione, spesso definita la nuclear football.
Anche questo era un grave peso.
Per me, la cerimonia in s sarebbe diventata un'altra di
quelle esperienze singolari, vissute al rallentatore, la cui portata
era talmente enorme da impedirmi di elaborare completamente
il corso degli avvenimenti. Prima della cerimonia
fummo accompagnati in una sala privata del Campidoglio in
modo che le bambine potessero mangiare una merendina e
Barack esercitarsi per qualche minuto con me a posare la mano
sulla piccola Bibbia rossa che centocinquant'anni prima
era appartenuta ad Abraham Lincoln. Nello stesso momento,
molti nostri amici, parenti e colleghi prendevano posto sulla
tribuna all'esterno. Pi tardi mi resi conto che probabilmente
era la prima volta nella storia che cos tante persone di colore
erano state sedute di fronte al pubblico e in mondovisione
interpretando il ruolo di vip alla cerimonia di insediamento
di un presidente.
Barack e io sapevamo entrambi cosa rappresentasse quel
giorno per molti americani, specialmente per coloro che avevano
partecipato al movimento per i diritti civili. Aveva voluto
includere tra i suoi ospiti i Tuskegee Airmen, i piloti e gli
avieri afroamericani che avevano fatto la storia combattendo
durante la Seconda guerra mondiale. Aveva invitato anche il
gruppo conosciuto come i Nove di Little Rock, i nove studenti
neri che nel 1957 erano stati tra i primi a misurare gli
effetti della sentenza con cui la Corte suprema aveva dichiarato
incostituzionali le leggi di segregazione nelle scuole degli
Stati Uniti iscrivendosi a un liceo dell'Arkansas frequentato
da studenti bianchi, a costo di sopportare molti mesi di crudelt
e violenza in nome di un principio pi alto. Tutte queste
persone erano ora anziane, con i capelli grigi e le spalle
ricurve, un segno degli anni e forse anche del peso che avevano
portato per le generazioni future. Barack aveva detto
spesso che se aspirava a salire i gradini della Casa Bianca era
perch i Nove di Little Rock avevano osato salire i gradini
della Central High School. Di tutte le storie di cui eravamo
parte, questa era forse la pi importante.
Quasi a mezzogiorno in punto ci trovammo in piedi di
fronte al Paese con le nostre due bambine. Ricordo davvero
solo le cose pi insignificanti: il sole che illuminava la fronte
di Barack, il silenzio carico di rispetto che cal sulla folla
quando il presidente della Corte suprema, John Roberts, inizi
la procedura. Ricordo che Sasha, troppo piccola perch
si potesse notare la sua presenza in mezzo a un mare di adulti,
stava dritta e orgogliosa su un rialzo apposito, in modo da
non scomparire. Sollevai la Bibbia di Lincoln e Barack vi pos
sopra la mano destra, giurando solennemente, con un paio
di brevi frasi, di proteggere la Costituzione degli Stati Uniti
e assumere su di s i problemi del Paese. Fu gravoso e allo
stesso tempo gioioso, una sensazione riflessa nel discorso di
insediamento che Barack tenne di l a poco.
In questo giorno, disse, ci siamo riuniti qui perch abbiamo
scelto la speranza invece della paura, l'unit d'intenti
invece del conflitto e della discordia.
Vedevo quella verit riflessa nei volti delle persone che stavano
l, a tremare dal freddo, per esserne testimoni. Vedevo
una folla che si estendeva in tutte le direzioni, fin dove poteva
spingersi il mio sguardo. Riempivano ogni centimetro del
National Mall e della via della sfilata. Mi sembrava che la nostra
famiglia stesse per cadere tra le loro braccia. Stavamo
stringendo un patto, tutti noi. Voi avete noi; noi abbiamo voi.
Malia e Sasha stavano imparando in fretta cosa significava
trovarsi sotto gli occhi dell'opinione pubblica. Me ne resi conto
quando salimmo sulla limousine presidenziale ed iniziammo
a muoverci a passo d'uomo verso la Casa Bianca alla testa del
corteo. Barack e io ci eravamo gi accomiatati da George e
Laura Bush, salutandoli con la mano mentre salivano su un
elicottero dei Marines e si alzavano in volo dal Campidoglio.
Avevamo anche pranzato con petto d'anatra in un salone rivestito
di marmi all'interno del Campidoglio, insieme a un
centinaio di altri ospiti tra i quali spiccavano i membri del nuovo
gabinetto, deputati, senatori e i giudici della Corte suprema,
mentre le bambine banchettavano nella sala accanto con
i loro cibi preferiti - bastoncini di pollo e mac and cheese - insieme
ai piccoli Biden e a una manciata di cugini.
Ero sorpresa dal comportamento esemplare tenuto dalle
nostre figlie durante la cerimonia di insediamento: non si
erano dimenate, erano state composte, non si erano mai dimenticate
di sorridere. C'erano ancora molte migliaia di persone
che ci guardavano dai lati della strada e in televisione
mentre il corteo avanzava lungo Pennsylvania Avenue, anche
se i finestrini oscurati ci rendevano quasi invisibili all'interno
dell'auto. Quando Barack e io scendemmo per percorrere a
piedi un breve tratto della sfilata e salutare il pubblico, Malia
e Sasha restarono nel bozzolo tiepido della limousine. Solo
allora, forse, furono colpite dall'idea di essere finalmente sole
e lontane dagli sguardi della gente.
Quando Barack e io risalimmo, le bambine si erano liberate
di ogni rigidit imposta dal cerimoniale e ridevano fino
a restare senza fiato. Si erano tolte i berretti e scompigliate i
capelli e avevano ingaggiato una battaglia di solletico tra sorelle.
Alla fine, stanche, si abbandonarono scomposte e gambe
all'aria sui sedili per il resto del tragitto, mettendo a tutto
volume Beyonc allo stereo dell'auto come ai vecchi tempi.
Barack e io provammo entrambi, proprio allora, una sorta
di dolce sollievo. Eravamo la first family, adesso, ma continuavamo
anche a essere noi stessi.
Quando il sole cominci a calare, la temperatura scese ulteriormente.
Barack e io, insieme all'instancabile Joe Biden,
trascorremmo le due ore successive in una tribuna all'aperto
davanti alla Casa Bianca a guardare le bande e i carri allegorici
di tutti i cinquanta Stati passare davanti a noi lungo Pennsylvania
Avenue. A un certo punto non sentivo pi le dita dei piedi,
persino dopo che qualcuno mi pass una coperta per
avvolgerci le gambe. Uno dopo l'altro gli ospiti della tribuna
salutarono e andarono a prepararsi per i balli della sera.
Erano quasi le sette quando pass l'ultima banda e Barack
e io raggiungemmo al buio la Casa Bianca, entrando per la
prima volta da padroni di casa. Nel corso del pomeriggio, il
personale aveva davvero ribaltato da cima a fondo la residenza,
portando via gli effetti dei Bush e disponendo i nostri.
Nell'arco di circa cinque ore, i tappeti erano stati passati al
vapore per eliminare le tracce dei cani dell'ex presidente,
che avrebbero potuto scatenare le allergie di Malia. I mobili
erano stati sistemati e cos le decorazioni floreali. Quando
salimmo di sopra in ascensore, i nostri vestiti erano stati gi
sistemati ordinatamente negli armadi; la dispensa era stata
rifornita con i nostri cibi preferiti. I maggiordomi della Casa
Bianca, in gran parte afroamericani, della nostra et o pi
anziani, erano l, pronti ad aiutarci per qualsiasi cosa.
Ero ancora troppo infreddolita per prendere coscienza di
tutto ci. Mancava meno di un'ora al primo dei dieci balli
per l'insediamento. Ricordo di aver visto poche persone di
sopra, oltre ai maggiordomi. Ricordo persino di essermi sentita
un po' sola mentre percorrevo il corridoio, passando accanto
a una lunga serie di porte chiuse. Negli ultimi due anni
ero stata costantemente circondata da gente, con Melissa,
Katie e Kristen sempre al mio fianco a orientare ogni mia
mossa. Adesso, all'improvviso, mi sembrava di essere per conto
mio. Le bambine erano gi andate in un'altra ala della casa
per la loro serata di giochi. Mia madre, Craig e Maya sarebbero
stati nostri ospiti alla residenza, ma erano gi stati
caricati sulle macchine e condotti alle celebrazioni serali. Un
parrucchiere mi attendeva per la messa in piega; il mio abito
da sera era appeso a un attaccapanni. Barack era scomparso
per farsi una doccia e indossare lo smoking.
Era stato un giorno incredibile, simbolico, per la nostra famiglia
e speravo per il Paese, ma anche una specie di ultramaratona.
Avevo solo cinque minuti per immergermi in un
bagno caldo e riemergere in vista di quello che ancora mi attendeva.
Dopo avrei buttato gi qualche boccone della bistecca
con patate che mi aveva preparato Sam Kass, mi sarei
fatta sistemare i capelli, rifare il trucco e poi mi sarei infilata
nell'abito di chiffon di seta color avorio che avevo scelto per
la serata, confezionato per me dal giovane stilista Jason Wu.
L'abito aveva una sola spallina e un'ampia gonna che cadeva
con un effetto cascata. Sopra erano cuciti delicati fiori di organza,
ognuno con un minuscolo cristallo al centro.
Fino a quel momento, in vita mia avevo indossato poche
volte un abito da sera, ma la creazione di Jason Wu riusc a
fare un piccolo miracolo: mi fece sentire leggera, bellissima
e libera, proprio quando cominciavo a pensare di avere esaurito
le mie energie. Quel vestito evocava la metamorfosi da
sogno della mia famiglia, la promessa insita in tutta questa
esperienza, trasformandomi, se non in una vera e propria
principessa al ballo, almeno in una donna capace di salire su
un altro palcoscenico. Adesso ero FLOTUS, First Lady of the
United States, cos come Barack era POTUS, President ofthe United
States. Era tempo di festeggiare.
Quella sera, Barack e io andammo al Neighborhood Ball, il
ballo del vicinato, il primo ballo di insediamento aperto a un
ampio pubblico, dove Beyonc - Beyonc in carne ed ossa -
esegu una versione straordinaria a piena gola del classico
rhythm and blues At last, che avevamo scelto come canzone
per la nostra first dance. Da l ci trasferimmo a un Home
States Ball, il ballo degli Stati di cui il presidente  originario
o residente, nel caso di Barack Hawaii e Illinois, e quindi al
Commander in Chief Ball, il ballo del comandante in capo,
poi ancora allo Youth Ball, il ballo dei giovani, e ad altri sei
balli. La nostra presenza ad ognuna di queste feste danzanti
fu relativamente breve e segu esattamente lo stesso copione:
un gruppo suonava Hail to the Chief, l'inno presidenziale,
Barack e io pronunciavamo alcune parole, cercavamo di esprimere
sorridendo la nostra riconoscenza a chi era venuto e
ballavamo un'altra volta lentamente At last.
Mi aggrappavo a mio marito e i miei occhi trovavano la calma
nei suoi. Eravamo sempre la stessa coppia sull'altalena
da vent'anni, yin e yang, ancora legati da un amore solido e
viscerale. Era l'unica cosa che ero sempre felice di mostrare
a tutti.
Col trascorrere delle ore, tuttavia, mi accorsi di essere sul
punto di cedere.
La parte migliore della serata avrebbe dovuto essere l'ultima,
una festa privata per circa duecento amici alla Casa Bianca.
L avremmo potuto rilassarci, bere un po' di champagne
e smettere di preoccuparci del nostro aspetto. Di sicuro mi
sarei tolta le scarpe.
Quando arrivammo l erano ormai quasi le due. Barack e
io raggiungemmo la Sala orientale calpestando i pavimenti
di marmo e trovammo la festa in pieno svolgimento: le bevande
scorrevano a fiumi e gli invitati in abito da sera turbinavano
sotto i lampadari scintillanti. Wynton Marsalis e la
sua band suonavano jazz su un piccolo palco in fondo alla
sala. Vidi amici di quasi tutte le fasi della mia vita: Princeton,
Harvard, Chicago; una quantit di Robinson e Shields. Erano
le persone insieme alle quali volevo ridere, dir loro: Come diavolo
abbiamo fatto ad arrivare tutti fin qui?
Ma ero distrutta. Ero giunta al limite. Pensavo anche all'indomani,
sapendo che la mattina dopo - di l a poche ore,
in realt - saremmo dovuti andare alla preghiera solenne in
cattedrale e poi avremmo accolto alla Casa Bianca duecento
cittadini in visita. Barack mi guard leggendomi nel pensiero.
Non devi farlo per forza, disse. Va bene cos.
Gli invitati si stavano avvicinando, desiderosi di conversare
con me. Ecco che arrivava un finanziatore. E c'era anche il
sindaco di una citt importante. Michelle! Michelle! gridavano.
Ero talmente esausta che temevo di scoppiare in
lacrime.
Mentre Barack oltrepassava la soglia e veniva immediatamente
risucchiato nella sala, io restai paralizzata per un secondo,
poi girai su me stessa e fuggii. Non avevo la forza di
articolare una scusa degna di una first lady, anzi, nemmeno
di salutare con la mano i miei amici. Mi allontanai in fretta
sulla spessa moquette rossa ignorando gli agenti che mi seguivano,
ignorando tutto e tutti. Mi diressi all'ascensore per
la residenza, salii, mi trascinai lungo un corridoio sconosciuto,
entrai in una camera sconosciuta, mi tolsi le scarpe e l'abito
da sera e mi buttai sul nostro nuovo, strano letto.
...
20.

La gente mi domanda com' vivere alla Casa Bianca. A volte
rispondo che  un po' come vivere in un hotel di lusso,
con la particolarit che questo hotel di lusso non ha altri
ospiti, solo voi e la vostra famiglia. Ci sono fiori freschi ovunque
ed ogni giorno ne portano di nuovi. L'edificio sembra un
po' vecchio e incute soggezione. Le pareti sono cos spesse e
i pavimenti cos solidi che i rumori vengono immediatamente
attutiti. Le finestre sono enormi, alte e dotate di vetri antiproiettile,
e restano sempre chiuse per ragioni di sicurezza,
il che fa aumentare ulteriormente il silenzio. La pulizia 
sempre immacolata. Il personale  composto da uscieri, chef,
domestici, fiorai e anche elettricisti, imbianchini e idraulici
che vanno e vengono, sempre gentili e silenziosi, e fanno il
possibile per rendersi invisibili: prima di intrufolarsi a cambiare
un asciugamano od infilare una gardenia fresca nel vaso
sul comodino aspettano che tu sia uscito.
Le stanze sono tutte grandi. Persino i bagni e gli armadi
sembravano costruiti in una scala diversa rispetto a qualsiasi
cosa avessi mai visto prima. Barack e io ci stupimmo di quanti
mobili dovemmo togliere per dare a ogni stanza un'atmosfera
pi intima. La nostra camera da letto non comprendeva solo
un letto enorme - un bellissimo letto a baldacchino color grano -,
ma anche un caminetto e una zona salotto con un divano,
un tavolino basso e due poltrone. C'erano cinque bagni,
uno per ciascuno di noi, pi altri dieci d'avanzo. Io non avevo
solo un armadio, ma anche uno spazioso spogliatoio, la stanza
dalla quale Laura Bush mi aveva mostrato la vista sul Giardino
delle rose. Col tempo divent di fatto il mio ufficio privato, il
posto in cui potevo sedermi in silenzio a leggere, lavorare o
guardare la televisione, in T-shirt e pantaloni della tuta, per
fortuna lontano dalla vista di chiunque.
Sapevo benissimo quanto eravamo fortunati a vivere cos.
La suite padronale della residenza era pi grande dell'intero
appartamento in cui abitavo da piccola con la mia famiglia
in Euclid Avenue. C'erano un quadro di Monet appeso appena
fuori dalla mia camera da letto e una scultura in bronzo
di Degas nella nostra sala da pranzo. Io ero una bambina del
South Side e ora crescevo due figlie che dormivano in stanze
disegnate per loro da un arredatore di grido e potevano ordinare
la colazione a uno chef.
A volte pensieri di questo genere mi davano una specie di
vertigine.
A mio modo, cercai di rendere il protocollo pi flessibile.
Chiarii con i domestici che le nostre bambine si sarebbero
fatte da sole il letto tutte le mattine, come a Chicago. Ordinai
a Malia e Sasha di comportarsi come avevano sempre fatto,
di essere gentili e affabili e di non chiedere nulla se non quello
di cui avevano assolutamente bisogno o non riuscivano a
procurarsi da sole. Ma, per me, era anche importante che le
nostre figlie non dovessero sottostare a tutte le formalit del
posto. S, potete giocare a palla nel corridoio, dissi loro. S, potete
frugare in dispensa per cercare la merenda. Mi assicurai che non
dovessero chiedere il permesso per uscire a giocare. Un pomeriggio,
durante una nevicata, vidi dalla finestra una scena
che mi rincuor: loro due che scivolavano sulla discesa del
Prato meridionale usando come slittini vassoi di plastica prestati
dal personale della cucina.
La verit era che, in tutto questo, io e le bambine non eravamo
certo le protagoniste: beneficiavamo dei vari lussi concessi
a Barack, eravamo importanti perch la nostra felicit
era legata alla sua, e protette semplicemente perch se la nostra
sicurezza fosse stata messa in pericolo, lo sarebbe stata
anche la sua capacit di pensare con chiarezza e guidare la
nazione. La Casa Bianca opera con l'intento dichiarato di ottimizzare
il benessere, l'efficienza e la forza complessiva di
una sola persona: il presidente. Barack era circondato da persone
il cui compito era trattarlo come una pietra preziosa. A
volte sembrava di essere in un'altra epoca, quando l'intera
casa ruotava solo intorno alle esigenze dell'uomo: l'esatto
contrario di quanto volevo che le nostre figlie ritenessero
normale. Anche Barack non era a suo agio con tutta l'attenzione
che gli veniva riservata, ma aveva poco controllo su
quel trambusto.
Adesso disponeva di una cinquantina di collaboratori che
leggevano e rispondevano alle sue e-mail, piloti di un elicottero
dei Marines sempre pronti a portarlo ovunque dovesse
andare, e una squadra di sei persone che preparavano grossi
volumi su tutte le questioni in sospeso, in modo che lui potesse
essere sempre informato e prendere decisioni con cognizione
di causa. Aveva una brigata di chef che si occupava
della sua alimentazione ed un gruppo di persone che ci teneva
al riparo da ogni eventuale sabotaggio alimentare andando
a fare la spesa in negozi diversi senza rivelare per chi
lavoravano.
Da quando lo conoscevo, a Barack non era mai piaciuto
fare compere, cucinare o dedicarsi a lavori domestici di alcun
genere. Non  il tipo che tiene un trapano elettrico in
cantina e si rilassa cucinando o tagliando la siepe. Non avere
preoccupazioni e impegni legati alla casa lo rendeva solo felice,
se non altro perch gli liberava la mente e gli permetteva
di riflettere su problemi pi grandi, che di certo non gli
mancavano.
La cosa pi divertente era che adesso era servito da tre attendenti
tra i cui compiti c'era quello di controllare il suo
armadio per assicurarsi che le sue scarpe fossero sempre lucide,
le camicie stirate, gli indumenti da palestra sempre puliti
e piegati. La vita alla Casa Bianca era molto diversa da
quella nel Buco.
Hai visto come sono sempre in ordine adesso? mi disse
un giorno mentre eravamo seduti a colazione, e gli ridevano
gli occhi. Hai guardato nel mio armadio?
Certo, gli risposi ricambiando il sorriso. E non  decisamente
merito tuo.
Nel primo mese del suo mandato, Barack firm il Lilly
Ledbetter Fair Pay Act, una legge sull'equa retribuzione che
contribu a tutelare i lavoratori dalla discriminazione salariale
dovuta a fattori quali il genere, la razza o l'et. Proib l'uso
della tortura durante gli interrogatori e avvi un serio tentativo
(destinato all'insuccesso) di chiudere entro un anno il
campo di prigionia di Guantnamo. Revision le norme etiche
che governavano i rapporti dei dipendenti della Casa
Bianca con i lobbisti e, cosa essenziale, riusc a far approvare
al Congresso, sebbene nessun deputato repubblicano avesse
votato a favore, un ampio pacchetto di misure per favorire
la ripresa economica. Dal mio punto di osservazione mi sembrava
che andasse a gonfie vele. Il cambiamento che aveva
promesso si stava trasformando in realt.
E in pi, come se non bastasse, arrivava puntuale per cena.
Per me e le bambine, questa fu la svolta, felice e sorprendente,
che deriv dal vivere alla Casa Bianca con il presidente
degli Stati Uniti rispetto a Chicago, con un padre membro
del Senato in una citt lontana e spesso in giro a far campagna
elettorale. Finalmente, dopo tanto tempo le bambine
avevano la possibilit di vedere il loro pap. La sua vita, ora,
era pi regolare. Continuava a lavorare per un numero spropositato
di ore, come sempre, ma alle sei e trenta in punto
del pomeriggio entrava in ascensore e saliva di sopra per cenare
in famiglia, anche se spesso doveva ritornare subito dopo
nello Studio ovale. A volte cenava con noi anche mia
madre, sebbene avesse la sua routine: scendeva a salutarci
prima di accompagnare Malia e Sasha a scuola ma il pi delle
volte la sera ci lasciava soli e mangiava di sopra, nel solarium,
guardando Jeopardy! in TV. Persino se le chiedevamo di rimanere,
di solito rifiutava dicendo: Avete bisogno di stare un
po' per conto vostro.
Nei primi mesi alla Casa Bianca sentivo il bisogno di vigilare
su ogni cosa. Una delle prime lezioni che imparai fu che
vivere l poteva essere piuttosto costoso. Non pagavamo l'affitto
n le comodit o il personale, ma dovevamo comunque
coprire tutte le spese vive, che sembravano aumentare rapidamente,
soprattutto in funzione della qualit da hotel di
lusso di ogni cosa. Ricevevamo ogni mese il conto dettagliato
delle spese, ogni prodotto alimentare, ogni confezione di
carta igienica. Pagavamo per tutti gli ospiti che si fermavano
da noi una notte o a pranzo. E, con un personale di cucina
da stelle Michelin e desideroso di compiacere il presidente,
dovevo prestare particolare attenzione a quello che veniva
servito in tavola. Se Barack diceva, senza pensarci, che gli piaceva
un particolare frutto esotico che aveva assaggiato a colazione
o il sushi che era stato servito a cena, il personale
prendeva nota e li inseriva regolarmente nel menu. Solo dopo,
controllando il conto, avremmo scoperto che alcuni ingredienti
erano stati fatti arrivare da oltreoceano in aereo a
un costo vertiginoso.
Tuttavia, la mia attenzione, in quei primi mesi, fu riservata
soprattutto a Malia e Sasha. Tenevo sotto controllo il loro umore
chiedendo cosa provavano e com'erano i rapporti con gli
altri bambini. Cercavo di non reagire in modo troppo entusiasta
ogni volta che mi raccontavano di una nuova amicizia,
anche se dentro di me ero al settimo cielo. Ormai sapevo che
non c'era un modo semplice per invitare i loro compagni a
giocare alla Casa Bianca o per organizzare uscite per le bambine,
ma pian piano stavamo studiando un sistema.
A me era concesso di usare un BlackBerry personale, ma
mi avevano consigliato di limitare i contatti a una decina di
amici molto stretti, le persone che mi volevano bene e mi sostenevano
senza secondi fini. Molte delle mie comunicazioni
venivano mediate da Melissa, che ora era il vicecapo del mio
staff e conosceva i contorni della mia vita meglio di chiunque
altro, inclusa, in certi casi, me stessa. Aveva presenti tutu i miei
cugini e tutti i miei amici del college. Distribuimmo il suo numero
di telefono e indirizzo e-mail chiedendo di inviare a lei
tutte le comunicazioni. Il problema era che saltavano fuori
da chiss dove vecchie conoscenze e parenti lontani con una
marea di richieste. Barack poteva tenere il discorso al diploma
di uno o all'organizzazione non profit di un altro? Poteva partecipare
a questa festa o a quella raccolta di fondi? La maggior
parte delle proposte era ben intenzionata, ma erano troppe
perch potessi occuparmi di tutte.
Per quanto riguarda la vita quotidiana delle nostre bambine,
dovevo spesso affidarmi a giovani collaboratori perch mi
aiutassero con la routine. Si incontrarono all'inizio dell'anno
con gli insegnanti e il personale amministrativo alla Sidwell
per segnare le date pi importanti degli eventi scolastici,
arginare le richieste dei giornalisti e rispondere alle domande
degli insegnanti sul modo di trattare in classe argomenti che
coinvolgevano la politica o le notizie del giorno. Quando le
bambine cominciarono a incontrare i loro amici fuori dalla
scuola, il mio assistente personale divent il punto di riferimento
per raccogliere i numeri di telefono degli altri genitori
e organizzare chi portava e andava a prendere le bambine
quando si trovavano a giocare con i compagni. Come a Chicago,
ritenevo doveroso cercare di conoscere i genitori dei
nuovi amici delle bambine, invitando alcune mamme a pranzo
o presentandomi in occasione degli eventi della scuola.
Devo ammettere che questi rapporti potevano essere imbarazzanti.
Sapevo che a volte non era immediato per queste
nuove conoscenze superare le idee preconcette su me o Barack,
o quello che pensavano di sapere dalla televisione o dai
notiziari, e vedere in me semplicemente, se possibile, la mamma
di Malia o di Sasha.
Era imbarazzante spiegare che, prima che Sasha potesse
andare al compleanno della piccola Julia, i Servizi segreti
avrebbero dovuto ispezionare il luogo della festa per un controllo
di sicurezza. Era imbarazzante chiedere il numero della
tessera della previdenza sociale di ogni genitore o di ogni tata
che avrebbe accompagnato un bambino a giocare a casa nostra.
Era tutto molto imbarazzante ma tutto necessario. Non
mi piaceva che ci fosse questo strano spartiacque da superare
ogni volta che conoscevo qualcuno, ma mi sollevava il fatto
che per Sasha e Malia era diverso. Loro si precipitavano fuori
ad accogliere i loro compagni di scuola quando venivano accompagnati
in auto e fatti scendere davanti al Salone di ricevimento
dei diplomatici, li prendevano per mano e correvano
dentro ridendo. A quanto pare, ai bambini la fama importa
per pochi minuti. Dopo, pensano solo a divertirsi.
Imparai presto che ero tenuta a lavorare con i miei collaboratori
per pianificare ed organizzare feste e cene, a cominciare
dal Ballo dei governatori, una serata di gala che si tiene
ogni febbraio nella Sala orientale. Lo stesso valeva per l'annuale
festa delle uova fatte rotolare dai bambini a Pasqua,
una celebrazione destinata alle famiglie, la cui origine risale
al 1878 e coinvolge migliaia di persone. C'erano anche pranzi
ufficiali primaverili in onore delle mogli di deputati e senatori,
simili a quello in cui avevo visto Laura Bush posare
sorridente e composta per una foto ufficiale con ogni singola
ospite.
Io consideravo questi eventi come una distrazione da quello
che speravo sarebbe stato un lavoro pi incisivo, ma cominciai
anche a pensare a modi di arricchirli o almeno di
renderne pi moderni alcuni, di allentare la rigidit della
tradizione. In generale, mi sembrava che la vita alla Casa
Bianca potesse essere un po' pi audace senza per questo
perdere il legame con la storia e la tradizione a cui era ancorata.
Col tempo, Barack e io avremmo intrapreso qualche
passo in questa direzione, appendendo alle pareti pi quadri
astratti e opere di artisti afroamericani, per esempio, e mescolando
mobili contemporanei a quelli antichi. Nello Studio
ovale Barack sostitu un busto di Martin Luther King a
quello di Winston Churchill. E offrimmo ai maggiordomi
della Casa Bianca, tradizionalmente in smoking, l'opzione di
vestire in modo pi casual quando non c'erano eventi pubblici,
con pantaloni di tela color kaki e polo.
Barack e io volevamo fare di pi per democratizzare la Casa
Bianca conferendole uno stile pi aperto e meno elitario.
Quando ospitavamo un evento pubblico, io volevo che fosse
presente anche la gente comune, non solo le persone abituate
a indossare smoking e abiti da sera. E volevo avere intorno
pi bambini, perch i bambini creano un'atmosfera
migliore. Speravo di rendere accessibile a un numero maggiore
di persone la festa delle uova a Pasqua, riservando pi
posti per i bambini delle scuole cittadine e per le famiglie
dei militari, oltre ai biglietti garantiti ai figli e ai nipoti di
membri del Congresso od altri vip. In fondo, se dovevo andare
a pranzo con le mogli di deputati e senatori, non potevo invitarle
a unirsi a me per un progetto a favore della citt?
Sapevo cos'era importante per me. Non volevo ridurmi a
essere un ornamento ben vestito che appariva in pubblico
alle feste ed al taglio dei nastri. Volevo impegnarmi in progetti
che avessero uno scopo e fossero destinati a durare. Decisi
che il mio primo vero sforzo sarebbe stato l'orto.
Non avevo il pollice verde e non mi ero mai occupata di un
orto in vita mia, ma grazie a Sam Kass e agli sforzi della nostra
famiglia per mangiare meglio a casa, adesso sapevo che le fragole
sono pi saporite a giugno, che le insalate a foglia scura
sono pi ricche di sostanze minerali e vitamine e che non era
poi cos difficile cucinare chips di cavolo al forno. Vedevo le
mie figlie mangiare insalata di piselli novelli e mac and cheese
con i cavolfiori e ricordavo che fino a poco tempo prima la
maggior parte delle nostre conoscenze sul cibo derivava dalla
pubblicit di prodotti alimentari - in scatola, surgelati o comunque
lavorati per essere subito pronti -, si trattasse delle
allegre e scoppiettanti canzoncine ascoltate in televisione o
delle furbe confezioni ideate per attirare l'attenzione dei genitori
nelle loro corse contro il tempo tra le corsie dei supermercati.
Nessuno, in realt, pubblicizzava i cibi freschi e
salutari, la soddisfazione di sgranocchiare una carota cruda
o la dolcezza senza pari di un pomodoro raccolto direttamente
dalla pianta.
Coltivare un orto alla Casa Bianca era la mia risposta a questo
problema, e speravo che avrebbe segnato l'inizio di un
progetto pi ambizioso. L'amministrazione di Barack si era
impegnata a rendere pi accessibile l'assistenza sanitaria e,
dal mio punto di vista, l'orto era un modo di inviare un messaggio
parallelo su una vita pi sana. Lo consideravo un test
preliminare, una prova che mi avrebbe aiutato a stabilire cosa
avrei potuto realizzare come first lady, un modo per mettere
radici, in senso letterale, in questo nuovo lavoro. Lo
immaginavo come una specie di aula all'aperto, un posto che
i bambini potevano visitare per imparare come si produce il
cibo. A prima vista, un orto  qualcosa di elementare ed apolitico,
l'impresa innocua e innocente di una signora con una
vanga, e approvato dai consiglieri della West Wing di Barack,
costantemente interessati all'apparenza, preoccupati cio
dell'opinione pubblica.
Ma c'era molto di pi in quell'idea. Intendevo usare la nostra
iniziativa per stimolare la gente a parlare di nutrizione,
specialmente nelle scuole e tra i genitori. Questo, pensavo,
avrebbe generato un dibattito sulle modalit di produzione,
etichettatura e commercializzazione del cibo e sulle ripercussioni
di questo approccio sulla salute pubblica. Inoltre, affrontare
questi argomenti dalla Casa Bianca avrebbe rappresentato
una sfida implicita ai colossi dell'industria alimentare ed ai metodi
con cui da decenni svolgevano la loro attivit.
La verit  che non sapevo davvero come sarebbero state
accolte queste iniziative. Ma quando chiesi a Sam, che ora
faceva parte del personale della Casa Bianca, di incominciare
a muoversi per creare un orto, seppi che ero pronta per
scoprirlo.
In quei primi mesi, il mio ottimismo era attenuato soprattutto
da una cosa: la politica. Vivevamo a Washington ora,
proprio nel cuore dell'eterno conflitto - rossi contro blu, repubblicani
contro democratici - che per anni avevo cercato
di evitare, anche se Barack aveva deciso di vivere e lavorare al
suo interno. Ora che era presidente, queste forze governavano
le sue giornate. Alcune settimane prima dell'insediamento,
il conduttore radiofonico conservatore Rush Limbaugh
aveva candidamente dichiarato: Spero che Obama fallisca.
Notavo con sgomento che l'atteggiamento dei repubblicani
al Congresso era il medesimo: si opponevano a ogni sforzo di
Barack per arginare la crisi economica, rifiutavano di sostenere
misure per tagliare le tasse e salvare o creare milioni di
posti di lavoro. Il giorno in cui Barack entr ufficialmente in
carica, secondo alcuni indicatori l'economia americana stava
crollando altrettanto o pi rapidamente che agli albori della
Grande depressione. Solo in quel gennaio si erano perduti
quasi 750000 posti di lavoro. E mentre lui aveva fondato la
campagna elettorale sull'idea che era possibile costruire il
consenso tra i partiti, che in realt gli americani erano pi
uniti che divisi, il Partito repubblicano, in un momento di
gravissima emergenza nazionale, stava compiendo un deliberato
tentativo di dimostrare che aveva torto.
Pensavo a questo la sera del 24 febbraio, quando Barack parl
ai due rami riuniti del Congresso. , per ogni presidente
appena insediato, l'equivalente del discorso sullo stato dell'Unione,
che si tiene di solito a gennaio: rappresenta cio
l'opportunit di delineare i suoi obiettivi per l'anno a venire
in un intervento trasmesso in diretta televisiva in prima serata
e che si svolge nell'aula della Camera dei rappresentanti alla
presenza dei giudici della Corte suprema, dei membri del gabinetto,
dei generali e dei membri del Congresso.  anche,
per tradizione, un pomposo spettacolo in cui i parlamentari
esprimono enfaticamente il loro appoggio o la loro opposizione
alle idee presidenziali, saltando in piedi in continue ovazioni
o, al contrario, rimanendo seduti e accigliati.
Quella sera presi posto nella balconata tra una quattordicenne
che aveva scritto una lettera accorata al suo presidente
ed un affabile veterano della guerra in Iraq, tutti in attesa
dell'arrivo di mio marito. Da dove ero seduta avevo una visuale
quasi completa della Camera sottostante. Era un'insolita
veduta dall'alto dei leader del nostro Paese, un oceano
di maschi bianchi in completo scuro. L'assenza di variet era
lampante - a dirla tutta, imbarazzante - per un Paese moderno
e multiculturale. Era evidente soprattutto tra i repubblicani.
All'epoca nel Congresso c'erano solo sette repubblicani
non bianchi, nessuno di loro afroamericano, e una sola donna.
In generale quattro membri su cinque del Congresso erano
maschi.
Pochi minuti dopo lo spettacolo ebbe inizio con un rombo
di tuono: il battere di un martelletto e l'annuncio del Sergeant
at Arms, il responsabile della sicurezza. Il pubblico si alz in
piedi e applaud per pi di cinque minuti mentre i leader
eletti si facevano strada tra le due file di banchi. Al centro di
quella tempesta, circondato dagli agenti di sicurezza e preceduto
da un cameraman che camminava all'indietro, c'era
Barack, che stringeva mani e sorrideva dirigendosi lentamente
verso il podio.
Avevo osservato questo rituale molte volte in televisione,
in altri tempi, con altri presidenti. Ma vedere mio marito l
sotto, in mezzo alla calca, rendeva di colpo molto tangibile
la portata del suo incarico e la necessit di conquistarsi il voto
di pi della met del Congresso per portare avanti qualsiasi
iniziativa.
Quella sera, il discorso di Barack fu dettagliato e serio. Parl
del pessimo stato dell'economia, delle guerre in corso, della
minaccia incombente di attacchi terroristici e della rabbia
di molti americani, convinti che l'operazione di salvataggio
delle banche da parte del governo aiutasse ingiustamente i
responsabili della crisi finanziaria. Fu attento a essere realista
ma anche a far risuonare note di speranza, ricordando a chi
lo ascoltava la nostra resistenza come nazione e la nostra capacit
di riprenderci dopo tempi difficili.
Dall'alto della balconata vidi i membri repubblicani del
Congresso restare seduti per quasi tutta la durata del discorso,
con l'espressione ostinata e arrabbiata, le braccia conserte e
la fronte deliberatamente corrugata, con l'aria di bambini
che non hanno ottenuto ci che volevano. Si sarebbero opposti
a qualsiasi proposta di Barack, che fosse un bene per il
Paese o no. Era come se avessero dimenticato che a metterci
in quel pasticcio era stato in primo luogo un presidente repubblicano.
Soprattutto, avevano un unico scopo: che Barack
fallisse. Confesso che in quel momento, da quel particolare
punto di osservazione, mi chiesi se ci fosse davvero una strada
percorribile.
Quando ero una ragazzina, avevo idee vaghe su come la
mia vita potesse migliorare. Andavo a giocare dalle sorelle
Gore e invidiavo il loro spazio, il fatto che la loro famiglia
avesse una casa tutta per s. Pensavo che sarebbe stato importante
per la mia famiglia potersi permettere un'auto pi
bella. Non potevo fare a meno di notare tra le mie amiche
chi aveva pi braccialetti o Barbie di me, o chi andava a comprare
i vestiti al centro commerciale invece di avere una
mamma che, per risparmiare, cuciva tutto su misura usando
i cartamodelli. Da bambini si impara a confrontare le cose
molto prima di comprendere il loro valore. Alla fine, se sei
fortunato, impari che hai confrontato tutto nel modo
sbagliato.
Adesso abitavamo alla Casa Bianca. Pian piano cominciavo
a sentirla familiare, non perch mi sarei mai abituata alla vastit
del luogo o all'opulenza dello stile di vita, ma perch
era il posto in cui dormiva, mangiava, rideva e viveva la mia
famiglia. Nelle camere delle bambine avevamo collocato la
collezione sempre pi ricca di gingilli che Barack aveva l'abitudine
di portare a casa dai suoi viaggi: boules de neige per Sasha,
portachiavi per Malia. Iniziammo ad apportare qualche
piccolo cambiamento nella residenza aggiungendo un'illuminazione
moderna che s'intonasse con i lampadari tradizionali
e candele profumate per renderla pi simile a una
casa vera e propria. Non avrei mai dato per scontate la nostra
fortuna o le nostre comodit, ma cominciavo ad apprezzare
di pi l'umanit del luogo.
Persino mia madre, che si era preoccupata delle formalit
da museo della Casa Bianca, impar presto che bisognava
prendere in considerazione anche altri aspetti. Eravamo circondati
da persone non molto diverse da noi. Alcuni maggiordomi
lavoravano l da anni e avevano assistito tutte le
famiglie che vi erano transitate. La loro dignit silenziosa mi
ricordava il mio prozio Terry, che abitava sotto di noi in Euclid
Avenue e portava scarpe stringate e bretelle anche quando
tagliava il prato. Cercavo di fare in modo che i nostri
rapporti con il personale fossero rispettosi e positivi. Volevo
essere sicura che non si sentissero invisibili. Se i maggiordomi
erano interessati alla politica, se avevano una preferenza
per un partito o l'altro, lo tenevano per loro. Erano attenti a
rispettare la nostra privacy ma sempre disponibili e gentili.
A poco a poco entrammo in confidenza. Loro capivano istintivamente
quando avevo bisogno di spazio o quando potevo
sopportare una educata presa in giro. Si lamentavano spesso
delle loro squadre preferite in cucina, dove mi mettevano al
corrente dei pi recenti pettegolezzi o degli exploit dei loro
nipotini mentre davo un'occhiata ai titoli dei giornali del
mattino. Se la sera veniva trasmessa in TV una partita di basket
del campionato universitario, a volte Barack rientrava
per guardarla per qualche minuto insieme a loro. Sasha e
Malia impararono ad amare lo spirito conviviale della cucina
e ci si infilavano a preparare frullati o popcorn dopo la scuola.
Molti membri del personale presero in simpatia mia madre
e salivano a fare due chiacchiere con lei nel solarium.
Mi ci volle qualche tempo per imparare a riconoscere le
voci dei diversi centralinisti della Casa Bianca che mi svegliavano
la mattina o mi mettevano in collegamento con gli uffici
della East Wing, ma presto divennero anche loro familiari e
amichevoli. Parlavamo del tempo oppure io scherzavo su
quanto spesso dovessi alzarmi ore prima di Barack per farmi
pettinare e truccare in vista di un evento ufficiale. Erano brevi
conversazioni, ma rendevano la vita un po' pi normale.
Uno dei maggiordomi pi esperti, un afroamericano dai
capelli candidi di nome James Ramsey, era in servizio dai
tempi dell'amministrazione Carter. Di tanto in tanto mi allungava
l'ultima copia di Jet, il settimanale rivolto a un
pubblico afroamericano, e sorrideva orgoglioso dicendo:
Non si preoccupi, le copro io le spalle, signora Obama.
La vita era sempre pi bella, quando potevamo apprezzarne
il calore.
Pensavo che la nostra nuova casa fosse grande e magnifica
in modo quasi esagerato, ma poi, in aprile, andai in Inghilterra
e conobbi sua maest la regina.
Era il primo viaggio all'estero che Barack e io facevamo insieme
dall'elezione. Volammo a Londra a bordo dell'Air Force
One affinch lui potesse partecipare al G20, la riunione dei
leader, dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche
centrali delle maggiori economie mondiali. Era un momento
storico molto delicato per un incontro di questo tipo.
La crisi economica statunitense aveva avuto ripercussioni devastanti
in tutto il pianeta e fatto precipitare i mercati finanziari.
Il summit del G20 segnava anche il debutto di Barack
come presidente sul palcoscenico internazionale. E, come
avveniva spesso nei primi mesi del suo mandato, il suo compito
principale era sanare la terribile situazione ereditata, e
nello specifico attutire l'irritazione degli altri leader mondiali,
convinti che gli Stati Uniti avessero perso importanti occasioni
per imporre regole efficaci contro la spregiudicatezza
delle banche e prevenire il disastro con cui ora tutti dovevano
fare i conti.
Mi ero accorta che Sasha e Malia ormai si sentivano a proprio
agio a scuola, perci le avevo affidate a mia madre per i
pochi giorni in cui sarei stata all'estero, pur sapendo che lei
avrebbe immediatamente allentato tutte le mie regole sull'ora
del sonno e sulle verdure a cena. A mia madre piaceva
moltissimo fare la nonna, in particolare quando poteva boicottare
la mia rigidit in nome del suo stile pi disinvolto e
leggero, naturalmente molto pi permissivo di quello che
adottava con Craig e me quando eravamo piccoli. Le bambine
erano sempre entusiaste quando era la nonna ad occuparsi
di loro.
Il G20 era ospitato dal primo ministro britannico Gordon
Brown e il pacchetto comprendeva una giornata di riunioni
su temi economici in un centro conferenze a Londra, ma anche
una visita a Buckingham Palace, dove la regina avrebbe
ricevuto i capi di Stato per un saluto ufficiale. Per via dello
stretto rapporto tra l'America e la Gran Bretagna e anche,
immagino, perch eravamo comparsi da poco sulla scena,
Barack e io eravamo invitati a palazzo in anticipo rispetto agli
altri per un'udienza privata con la regina, prima dell'inizio
del ricevimento.
Non c' bisogno che dica che non avevo nessuna esperienza
di incontri con re o regine. Mi avevano fatto capire che
potevo scegliere tra fare un inchino e stringere la mano alla
regina. Sapevo che bisognava rivolgersi a lei chiamandola
Vostra maest, mentre suo marito, il principe Filippo, duca
di Edimburgo, era Altezza reale. A parte ci, non sapevo
cosa aspettarmi quando il nostro corteo di auto varc gli alti
cancelli di ferro all'entrata del palazzo, lasciandosi alle spalle
gli spettatori che si accalcavano contro la cancellata, lo schieramento
di guardie ed un suonatore di corno reale. Dentro,
passammo sotto un arco e attraversammo il cortile, in fondo
al quale ci attendeva il Master of the Household, il responsabile
del personale del palazzo, per accoglierci.
Scoprii che Buckingham Palace  grande, talmente grande
che  difficile descriverlo. Conta 775 stanze ed  quindici volte
pi esteso della Casa Bianca. Negli anni successivi, Barack e
io avremmo avuto la fortuna di essere invitati altre volte. Negli
ultimi viaggi, dormivamo in una sontuosa suite al piano terra,
accuditi da domestici in livrea e dame di compagnia. Avremmo
partecipato a un banchetto ufficiale nella sala da ballo
mangiando con posate placcate d'oro. A un certo punto,
durante un tour del palazzo, ci dissero cose come Questa  la
nostra Sala blu davanti a un salone cinque volte pi grande
della Sala blu della Casa Bianca. Il capo degli uscieri della regina
un giorno avrebbe guidato me, mia madre e le bambine
attraverso il Giardino delle rose del palazzo, che ospita migliaia
di fiori perfetti e occupa quasi quattromila metri quadrati
di terreno. La vista rese immediatamente un po' meno
impressionanti le poche piante di rose fuori dallo Studio ovale,
di cui eravamo tanto orgogliosi. Trovavo Buckingham Palace
mozzafiato e, nello stesso tempo, incomprensibile.
Durante quella prima visita, fummo scortati fino all'appartamento
privato della regina e introdotti in un salotto dove
lei e il principe Filippo ci attendevano in piedi. La regina Elisabetta
aveva allora ottantadue anni, era minuta ed elegante,
con un sorriso delicato e i capelli bianchi arricciati e pettinati
all'indietro. Indossava un abito rosa pastello e una collana di
perle, ed esibiva decorosamente una borsetta nera al braccio.
Ci stringemmo la mano e posammo per una foto. La regina
si inform sul nostro jet lag e ci invit a sederci. Non ricordo
esattamente l'argomento della conversazione: probabilmente
l'economia, lo stato delle cose in Inghilterra, le persone che
stava incontrando Barack.
In ogni occasione ufficiale c' sempre un po' di imbarazzo,
ma per mia esperienza bisogna in tutti i casi trovare consapevolmente
il modo per superarlo. Sedendo con la regina
dovevo costringermi a non pensare, a smettere di analizzare
lo splendore dell'ambiente, a dimenticare la paralisi che avvertivo
nel trovarmi faccia a faccia con una delle poche vere
icone del nostro tempo. Avevo visto il volto di sua maest decine
di volte prima di allora, nei libri di storia, in televisione,
su monete e banconote, ma adesso era l, in carne ed ossa, che
mi guardava intensamente e mi faceva domande. Era calorosa
e piacevole e io cercai di esserlo altrettanto. Era un simbolo
vivente, e con un'immensa esperienza nell'interpretare
il suo ruolo, ma riusciva anche a essere umana come il resto
di noi mortali, e mi piacque all'istante.
Pi tardi, quel pomeriggio, durante il ricevimento Barack e
io ci aggiravamo mangiando tartine con gli altri leader del G20
e con le loro mogli o i loro mariti. Chiacchierai con Angela
Merkel e Nicolas Sarkozy. Conobbi il re dell'Arabia Saudita, la
presidente dell'Argentina, i primi ministri di Giappone ed
Etiopia. Feci del mio meglio per ricordare chi veniva da quale
nazione e chi era la moglie di chi, attenta a non parlare
troppo per paura di sbagliarmi. In generale si tratt di un'occasione
dignitosa e informale, che mi ricordava che anche i
capi di Stato sono capaci di parlare dei loro bambini e di
scherzare sul tempo inglese.
A un certo punto, verso la fine del ricevimento, mi voltai
e vidi che la regina Elisabetta era apparsa all'altezza del mio
gomito: eravamo improvvisamente sole in quella sala affollata.
Indossava un paio di guanti immacolati ed era fresca come
quando ci eravamo incontrate ore prima. Mi sorrise.
Lei  molto alta, osserv alzando la testa.
Be', dissi ridacchiando, le scarpe mi fanno guadagnare
qualche centimetro. Per s, sono alta.
La regina abbass lo sguardo per guardare le Jimmy Choo
nere che indossavo. Scosse il capo.
Queste scarpe sono una seccatura, non trova? disse. Indic
un po' sconfortata le sue dcollet nere.
Confessai alla regina che mi facevano male i piedi. Lei confess
che facevano male anche a lei. Ci guardammo con la
stessa identica espressione, che pi o meno significava: Quanto
ancora dovremo starcene qui in piedi con tutti questi leader
mondiali? E poi lei scoppi in una risata incantevole.
Scordate per un attimo che lei a volte indossa una corona
di diamanti e che io ero arrivata a Londra a bordo del jet
presidenziale: eravamo solo due signore oppresse dalle loro
scarpe. Allora feci quello che mi viene istintivo fare quando
sento di avere qualcosa in comune con una persona appena
conosciuta: esprimo i miei sentimenti. Le posai affettuosamente
una mano sulla spalla.
In quel momento non potevo saperlo, ma stavo commettendo
quella che sarebbe stata giudicata una gaffe di dimensioni
epiche. Avevo toccato la regina d'Inghilterra: cosa che,
come avrei ben presto imparato, non si fa. Il nostro scambio
di battute al ricevimento fu ripreso dalle telecamere e nei
giorni seguenti riportato dai media di tutto il mondo:
Michelle Obama infrange il protocollo!, Michelle Obama osa abbracciare
la regina!L'episodio riport in vita le insinuazioni dell'epoca
della campagna elettorale - che io fossi rozza e priva della
grazia naturale di una first lady - e in un certo qual modo
mi preoccup davvero, perch pensai che potesse distrarre
l'attenzione dagli sforzi di Barack all'estero. Ma cercai di non
farmi abbattere dalle critiche. Se avevo fatto qualcosa di inappropriato
a Buckingham Palace, mi ero almeno comportata
umanamente. Oserei dire che alla regina non dispiacque,
perch quando la toccai lei si avvicin di pi e mi pos lievemente
la mano guantata sulla schiena.
Il giorno successivo, mentre Barack era impegnato in una
maratona di incontri sull'economia, io andai a visitare una
scuola del centro, una media pubblica femminile nel quartiere
di Islington, non lontano da un complesso di case popolari.
Pi del 90 per cento delle novecento studentesse era
nero od apparteneva a una minoranza etnica; un quinto era
figlio di immigrati o di persone che avevano chiesto asilo.
Ero stata attratta da quell'istituto perch, pur essendo multietnico
e disponendo di risorse limitate, era stato giudicato
eccellente dal punto di vista scolastico. Inoltre, quando visitavo
per la prima volta un luogo in veste di first lady, volevo
essere sicura di avere l'opportunit di incontrare la gente
che ci viveva, non solo i governanti. Nelle trasferte all'estero,
avevo opportunit di cui Barack non disponeva. Potevo evitare
i summit multilaterali e le sedute con i leader mondiali
e trovare nuovi modi per portare un po' di umanit in queste
visite altrimenti scialbe. Puntavo a farlo in ogni viaggio all'estero,
a cominciare dall'Inghilterra.
Tuttavia, non ero del tutto preparata alle emozioni che
provai quando misi piede nella Elizabeth Garrett Anderson
School e fui accompagnata in un auditorium dove circa duecento
ragazze si erano riunite per assistere allo spettacolo
che avevano allestito e sentirmi parlare. La scuola era dedicata
ad una dottoressa pioniera nel suo campo e primo sindaco
donna dell'Inghilterra. L'edifcio in s non era niente di
speciale, una costruzione squadrata di mattoni in una via
anonima. Ma non appena mi accomodai su una sedia pieghevole
sul palco e cominciai a guardare lo spettacolo - che
comprendeva una scena tratta da Shakespeare, un balletto
moderno e un coro che cantava una bellissima versione di
una canzone di Whitney Houston - si scaten in me una specie
di terremoto. Mi sentii quasi riportata indietro alla mia
giovinezza.
Bastava guardarsi attorno nella sala e vedere i volti delle
alunne per capire che, nonostante la loro forza, quelle ragazze
avrebbero dovuto lavorare sodo per farsi notare. C'erano
ragazze con lo hijab, ragazze per le quali l'inglese era una
seconda lingua, ragazze con la pelle bruna delle pi varie sfumature.
Sapevo che avrebbero dovuto lottare contro gli stereotipi
in cui le avrebbero costrette, tutti i modi con cui
sarebbero state definite prima ancora che potessero capire
chi erano. Avrebbero dovuto combattere l'invisibilit che tocca
ai poveri, alle donne ed alle persone di colore. Avrebbero
dovuto impegnarsi per trovare la propria voce e non farsi sottovalutare,
per evitare di essere messe a tacere. Avrebbero
dovuto faticare anche solo per imparare.
Ma i loro volti erano pieni di speranza, e adesso anch'io lo
ero. Fu una strana, silenziosa rivelazione: erano me alla loro
et. L'energia che sentii pulsare in quella scuola non aveva
nulla a che fare con gli ostacoli. Era il potere di novecento
ragazze che stavano lottando.
Alla fine dello spettacolo, quando andai al leggio per il
mio discorso, riuscivo a stento a controllare l'emozione.
Abbassai lo sguardo sui miei appunti, ma d'un tratto smisero di
interessarmi. Alzai gli occhi, rivolsi lo sguardo alle ragazze e
cominciai a parlare a braccio. Spiegai che, nonostante venissi
da molto lontano e avessi quello strano titolo di first lady, ero
pi simile a loro di quanto immaginassero. Anch'io ero cresciuta
in un quartiere operaio, venivo da una famiglia modesta
e piena d'amore e mi ero resa conto presto che la scuola
era il luogo in cui potevo cominciare a definire me stessa,
che l'istruzione era un bene per cui valeva la pena impegnarsi
e che avrebbe dato loro la possibilit di spiccare un balzo
in avanti.
Ero first lady solo da un paio di mesi. In altri momenti, mi ero
sentita sopraffatta dal ritmo degli impegni, indegna dell'attenzione
dei media, in ansia per le nostre figlie ed incerta dei
miei propositi. Ci sono alcuni aspetti della vita pubblica - la
rinuncia alla propria privacy per diventare il simbolo vivente
di una nazione, per esempio - che sembrano avere lo scopo
di toglierti parte della tua identit. Ma in quel luogo, finalmente,
parlando a quelle ragazze, provai una sensazione completamente
diversa, autentica, l'adesione del mio vecchio io
al nuovo ruolo che rivestivo. Sei brava abbastanza? S, tutte voi
lo siete. Dissi alle studentesse della Elizabeth Garrett Anderson
che mi avevano commosso, dissi loro che erano preziose,
perch lo erano davvero. E quando finii di parlare feci quello
che mi sugger l'istinto: abbracciai ogni ragazza che riuscii a
raggiungere.
Quando ritornai a Washington, era arrivata la primavera.
Il sole sorgeva un po' prima e resisteva ogni giorno un po'
pi a lungo. Osservavo il pendio del Prato meridionale farsi
sempre pi rigoglioso e assumere un colore verde brillante.
Dalle finestre della residenza vedevo i tulipani rossi e le campanule
color lavanda intorno alla fontana alla base della collina.
Nei due mesi precedenti Sam Kass si era adoperato per
tradurre in pratica la mia idea dell'orto, e non era stato facile.
Anzitutto, avevamo dovuto convincere il Servizio dei parchi
nazionali e la squadra di giardinieri della Casa Bianca ad
autorizzarci a toccare uno dei prati pi famosi del mondo.
All'inizio, la sola idea aveva incontrato resistenza. Erano passati
decenni da quando Eleanor Roosevelt aveva voluto un
orto e nessuno sembrava desideroso di ripetere l'esperienza.
Pensano che siamo matti, mi disse Sam a un certo punto.
Alla fine, tuttavia, ci riuscimmo. Ci concessero dapprima
un piccolo appezzamento di terreno nascosto dietro i campi
da tennis, vicino a un capanno degli attrezzi. Va detto a suo
merito che Sam Kass si batt per ottenere un pezzo migliore
e, finalmente, ottenemmo un lotto di circa cento metri quadrati
a forma di L, in una parte del Prato meridionale inondata
dal sole, non lontano dallo Studio ovale e dalle altalene
che avevamo da poco installato per le bambine. Ci coordinammo
con i Servizi segreti per assicurarci che dissodandolo
non avremmo danneggiato qualche sensore o qualche filo
del loro sistema di sicurezza. Effettuammo delle analisi per
determinare se il suolo contenesse abbastanza sostanze nutrienti
e per essere sicuri che non fossero presenti elementi
tossici come piombo o mercurio.
E finalmente eravamo pronti per partire.
Alcuni giorni dopo il mio ritorno dall'Europa, ospitai un
gruppo di alunni della Bancroft, una scuola elementare bilingue
della zona nordoccidentale della citt. Settimane prima
avevamo impugnato zappe e badili per preparare il
terreno. Ora, gli stessi bambini erano ritornati per aiutarmi
a piantare. Il nostro pezzo di terra era situato non lontano
dalla cancellata meridionale, lungo la E Street, dove i turisti
si radunavano spesso per osservare la Casa Bianca. Ero contenta
che l'orto sarebbe stato da l in poi parte del panorama.
O almeno speravo di essere contenta, un giorno o l'altro.
crescer davvero qualcosa. Avevamo invitato anche i media
per immortalare l'operazione, e insieme a loro gli chef della
Casa Bianca, per aiutarci, e Tom Vislack, il segretario
dell'Agricoltura di Barack. Volevamo che tutti vedessero quello
che stavamo facendo. Adesso dovevamo attendere i risultati.
Sinceramente, avevo detto a Sam quella mattina, prima
che arrivassero tutti, sar bene che funzioni.
Quel giorno restai in ginocchio con un gruppetto di bambini
di quinta elementare a interrare piantine, usando le vanghe
per coprire le radici con la terra, dando colpetti per assestarla
intorno agli steli sottili, e poi innaffiando tutto. Dopo
che la stampa aveva discusso minutamente ogni capo del mio
abbigliamento durante il viaggio in Europa (avevo indossato
un cardigan per incontrare la regina, cosa altrettanto scandalosa
quanto toccarla), ero felice di starmene inginocchiata
per terra con una giacca leggera e un paio di pantaloni casual.
I bambini mi ponevano domande, alcune sulle verdure e sui
compiti da svolgere, ma anche del tipo Dov' il presidente?
e Perch non d una mano?. Non ci volle molto, tuttavia,
perch l'attenzione generale si distogliesse da me e si concentrasse
sulla misura dei guanti da giardinaggio e sui vermi nel
terreno. Amavo stare con i bambini. Era, e lo sarebbe stato
durante tutta la mia permanenza alla Casa Bianca, un balsamo
per lo spirito, un modo per fuggire per un momento dalle
preoccupazioni di first lady, dalla consapevolezza di essere
costantemente giudicata. I bambini mi facevano sentire ancora
me stessa. Per loro non ero uno spettacolo. Ero solo una simpatica
signora alta.
Nel corso della mattinata piantammo lattuga e spinaci,
finocchi e broccoli. Mettemmo gi carote, cavoli ricci, cipolle
e piselli. Piantammo cespugli di frutti di bosco e molte erbe
aromatiche. Che cosa ne sarebbe venuto fuori? Non lo sapevo,
cos come non sapevo che cosa ci attendeva alla Casa
Bianca, o cosa riservasse il futuro al Paese o a quei deliziosi
bambini. Tutto quello che potevamo fare era aver fede nel
nostro sforzo e sperare che con il sole, la pioggia e il tempo
sarebbe spuntato qualcosa di degno.
...
.
...
FINE Parte 3.